Ma quella volta, non si sa come, giocò. Chiese la carta con voce rauca, levandosi in piedi di scatto. Tutti si misero a guardarlo maravigliati, e qualcheduno, celiando, gli domandò se voleva morire. Pompeo non rispose nulla: guardò la sua carta e vi puntò la svanzica che gli bruciava fra le dita. Dopo puntata l'avrebbe voluta ritirare; ma non era più in tempo, e provò un'angoscia affannosa in quel minuto in cui chi teneva banco guardava la sua per risolvere sul da farsi. Era una partita d'impegno perchè, di solito, non si vedevano girare altro che monete di rame.
Il giocatore non rimase molto in sospeso. Con una rapida occhiata fece il conto di tutte le puntate degli altri e vide subito che, sommate insieme, restavano al di sotto della svanzica.... La sua carta era il sei, ma quella di Pompeo doveva essere il sette, altrimenti egli non ci avrebbe puntato, e tanto meno poi così grosso!
—Stai fermo?—domandò Pompeo con voce strozzata.
—No; prendo carte,—rispose l'altro:—ne scoprì una; era il fante di spade.
—Sei e mezzo!—esclamarono tutti insieme i giocatori.
Le guance livide del Barbetta arrossirono a un tratto e le labbra gli tremarono dal piacere.
—Bisogna che ne prenda un'altra,—osservò con aria grave, ma tranquilla, il suo competitore.—Pompeo ha un sette di certo. Del resto...—e guardò le carte in giro,—figure ne son uscite poche.
Scoprì un'altra carta (i giocatori stavano attenti, muti, senza neppur fiatare): era il re di danari.
—Sette!—esclamò a una voce tutta la brigata levandosi in piedi.