—Sto fermo,—dichiarò subito il banchiere.

Pompeo aveva perduto; buttò con ira la sua svanzica sul tavolino brontolando che l'altro doveva conoscere le carte. Poco mancò non leticassero; ma Barbetta s'acquetò subito, premendogli di correr dietro a quella prima svanzica, e giocò tutta notte, e tutta notte perdette.

Egli variava le puntate, dai tre centesimi ai cinque; dal quarto di svanzica alla mezza svanzica e alla svanzica intera; ma non ne azzeccava una: se puntava poco, vinceva: se puntava molto, era sicuro di perdere.

Aveva la faccia livida, gli occhi loschi, stranamente infossati. Tracannava i bicchieri d'un fiato, ma non riusciva a stordirsi. Intanto si faceva tardi e i suoi compagni volevano andarsene; ma Pompeo, fuori di sè per quella febbre indemoniata, teneva duro ad ogni costo, e gridava, smaniando, che era più presto del solito; che non avrebbero dovuto andar via colle tasche piene, senza lasciargli tempo di prender la rivincita; che quello si chiamava bruciare, e che gli facevano una porcheria. Poi vedendo che colla prepotenza non otteneva nulla, li pigliava colle buone e si faceva umile, e li supplicava, colle lacrime agli occhi, di trattenersi ancora. Finalmente, quando tutti si alzarono dal tavolino stanchi e proprio risoluti ad andarsene, Pompeo, col mazzo di carte in una mano, afferrò coll'altra, per il panciotto, un giocatore che pareva meno ostinato, promettendo e giurando che sarebbe l'ultimo colpo, così fra loro; ma proprio l'ultimo davvero!—Il paziente lo accontentò brontolando, e tornarono a giocare, ma frettolosamente, in piedi, col cappello in testa e quasi al buio, perchè il cameriere uggito e insonnolito aveva già cominciato a spegnere i lumi.

Ma non c'era verso: Pompeo continuava a perdere.

—Anche i santi mi farebbero le corna; anche i santi!—borbottò nell'uscire del caffeino, e per rimettersi diè in una sghignazzata, ancor più stridente delle sue solite; pareva insieme una sfida e una bestemmia.

Perdeva all'incirca una settantina di svanziche; meno di tre marenghi; ma arrivato a casa sbalordito non potè chiuder occhio. Entrato a letto gli pareva che tutta la sua cameretta gli ballasse intorno la monferrina. Si sentiva nelle orecchie un ronzìo molesto, continuo, come se avesse la testa piena di mosconi; e il vino bevuto gli pesava sullo stomaco, crescendogli insieme colla smania l'arsura in gola e l'amariccio in bocca.

All'alba si appisolò; ma subito si destò ad un tratto, col pensiero della perdita fatta: allora, collo stomaco vuoto e illanguidito, sentì il peso dell'angoscia anche più grave e profondo. In fin dei conti non aveva perduto se non una piccola parte del tesoretto, ma ormai, con quella buca di settanta svanziche gli pareva di non aver più nulla.

Che fare?... Giocare un'altra volta; tentar la rivincita? Ma avrebbe potuto perdere dell'altro e si sarebbe poi roso dalla rabbia nel vedere i quattrini suoi passare nelle tasche di que' ciaccheri.... No, no; piuttosto avrebbe preferito buttarli nel Naviglio: così almeno nessuno se li sarebbe goduti.

Pure qualche ripiego bisognava trovare; ci pensò alcuni giorni: poi, stimolato dal vizio che ormai gli era entrato nel sangue, cominciò a giocare al lotto. Andava di nascosto, in un botteghino lontano da casa sua, in un quartiere dove non era conosciuto. Dato il caso che il diavolo, una volta o l'altra gli mandasse un buon terno, Pompeo voleva che non lo sapesse anima viva e meno che mai que' due vecchi spilorci, che da un pezzetto s'eran messi a pianger miseria, per paura d'esser toccati nella borsa!...