—È il poeta, non v'ha dubbio, è il poeta della vecchia matta che ha voluto scrivere questa buffonata! p. E. Z. Sicuro!... professor Eugenio Zodenigo!... È un tiro birbone!... Proprio, un tiro birbone!

Ma per altro non se n'ebbe a male, anzi quell'improvvisata di vedersi stampato sulle gazzette gli colorì di rosso per un attimo le guance olivastre. Lesse più di una volta gli elogi fatti al suo bel cuore, e la sera scrisse ai gerenti della ditta Micotti per sapere se nei magazzeni vi fosse nient'altro di guasto da regalare ai martiri della patria.

—Non occorre farsi sbudellare—pensava con soddisfazione—per compiere azioni patriottiche!—E il giornale lo chiuse a chiave in un cassetto, iniziando così, forse senza nemmeno pensarci, l'archivio storico di casa Barbarò.

Intanto era successa all'armistizio l'inattesa pace di Villafranca; Garibaldi, soffocando nella grande anima gl'impeti generosi, avea sciolto il giovane esercito dei Cacciatori delle Alpi, vittorioso a Varese, a Como, ovunque si era battuto; e lo Sbornia ritornava a Milano con un braccio al collo, e si presentava smagrito, affranto e a capo chino, come un colpevole, dinanzi al signor padrone.

Il pover'omo, che era rimasto tranquillo e freddo in mezzo alle fucilate, in quel punto avea paura: si aspettava una sfuriata terribile; temeva di essere scacciato. Ma invece, con suo grande sbalordimento, il principale gli si precipitò nelle braccia, piangendo di tenerezza e di gioia!—Sono qui, signor padrone—balbettò lo Sbornia che aveva sempre la sua faccia assonnacchiata:—sono qui per... per domandarle perdono anche stavolta, e se ha da comandarmi la servirò in modo da rifarla del tempo perduto.

—Tempo perduto il combattere per l'Italia?—esclamò il Barbarò scandalizzato:—ma tu mi ritorni bestia, come quando sei partito?!

Pure si rabbonì subito e volle accompagnarlo in persona in Via del Pesce, godendo di farsi vedere in giro col garibaldino ferito.

Già in ogni cosa Pompeo sembrava molto mutato. Era diventato un gran politicante, aborriva lo straniero, e anche in cuor suo, non sapeva perdonare a "quei cani di Tedeschi" la misera fine di Giulio Alamanni.

"Un agnellino" pensava "a cui sarebbe bastata una paternale, e che doveva esser morto dallo spavento!... Lui sì, se non avesse avuto giudizio sarebbe stato impiccato per davvero!... A poco a poco andava sempre più persuadendosi di aver scampato il martirio soltanto per la sua furberia..." e raccontava allo Sbornia e alla signora Veronica che "a' suoi tempi era andato anche lui molto vicino alla forca." E rideva compiacendosene, ogni volta che rammentava col suo gerente le gesta della ditta Micotti e Compagno.

—Gli abbiamo conciati pel dì delle feste quegli zucconi di croati!... Ma, in fine, non è stato altro che una restituzione... Erano danari nostri, sacrosantamente nostri, che i ladroni ci aveano rubati!