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VI.

Dopo che Giulio e la Mary ebbero stretta amicizia, il Barbarò cominciò subito a impensierirsi per certe novità che scorgeva nel suo figliuolo.

"Si lisciava e si ungeva come un topo! Strimpellava il pianoforte invece di ficcarsi nella zucca un po' di aritmetica! Non aveva più amore al danaro! Lo sciupava in elemosine e in cento cianciafruscole!—Asinaccio!"

E, a buon conto, Pompeo non gli dava più un soldo, visto che i quattrini non rientravano poi, per esser messi a frutto, nella cassa paterna!

"Asinaccio! Voleva crescere scialacquatore come sua madre!... Già le somigliava in tutto; e se non era gobbo lo doveva all'olio di merluzzo e ai bagni di mare. Gli era costato un occhio per farlo crescer diritto, e ora si storceva per un altro verso."

A rimettere il giovinetto nella buona via il babbo prudente non risparmiava ammonizioni e scappellotti, e si raccomandava allo Zodenigo perchè gl'instillasse quei precetti di economia "che soltanto potevano formare la prosperità dell'individuo unitamente con quella della Nazione." E voleva che il professore facesse in proposito acerbe paternali anche alla Mary. "La disgraziata non aveva un soldo di dote e conveniva avvezzarla per tempo al risparmio e alle privazioni. Diamine! Cominciava anch'essa a non essere più una bambina!... Bisognava aprirle gli occhi!"

Il Barbarò aveva presentito che nel mutamento del figliuolo doveva entrarci, o poco o molto, l'influenza dell'Alamanni, e gli premeva fosse corretta di quel brutto viziaccio dello spendere, e tanto più gli premeva per quel suo disegno che aveva in mente, di farsene la propria nuora. Non impedì per altro che nel trascorrere del tempo l'intrinsichezza dei due giovinetti si facesse sempre più stretta, e sapendo ormai di avere in mano, ben legata, Donna Lucrezia, mentre aspettava che gli potesse giovare nel caso di una qualche intempestiva rivelazione, egli, da uomo pratico, sapeva servirsene per le sue operazioni finanziarie.

In mezzo alla vasta e illustre parentela della vecchia vedova il "bonomo servizievole e tuto cuor" avea trovato modo di concludere parecchi affaretti eccellenti. Era riuscito, prendendoli destramente all'amo della cambiale, a spogliare i Badoero del ricchissimo stabile e della splendida villa di Panigale, nel Milanese, e pure con l'aiuto di Donna Lucrezia, non del tutto conscia di que' raggiri, aspirava di levar di dosso la pelle anche ai Collalto.

Il marchese Alberto non era molto ricco per il gran nome che portava. Tuttavia finchè era vissuta sua madre non avea fatto debiti e il patrimonio rimaneva ancora bene assestato quando, alla morte del suocero, seguita poco dopo quella della vecchia marchesa, egli ereditava la tenuta estesissima di Villagardiana, così denominata appunto perchè situata sulla riviera pittoresca del lago di Garda fra i paeselli di Padenghe e di Moniga. Ma questa ricca possessione era stata trascurata assai dal povero conte Prampero, il quale non si era mai dato altro pensiero, che di abbellire di continuo la villa splendida e il giardino di lusso. I vigneti abbisognavano di nuove piantagioni, le case dei contadini erano in rovina. Fatti gli opportuni assaggi in alcune valli, era stata scoperta la torba in abbondanza; e però volendo rendere prospera e attiva Villagardiana occorreva l'impiego di un grosso capitale, che il marchese di Collalto non aveva in cassa. Di più egli che si era dato fino allora ad una vita spensierata e galante ne sapeva assai poco di agricoltura e di amministrazione; ma pure, presuntuoso e caparbio, credeva intendersi di ogni cosa; e stimolato inoltre da uno spirito di contraddizione non comune volle mettersi a coltivare Villagardiana perchè sua moglie e il suo ragioniere gli avevano consigliato di cederne i fondi in affitto.