In breve, fidandosi soltanto della sua testa, si trovò con la cassa asciutta senza aver concluso nulla di bene. Aveva fatto venire un enologo francese; si era messo in mano di un ingegnere tedesco per la fabbrica delle case agricole, in legno e ferro fuso, e avea speso un monte di quattrini nella costruzione di un tramvai a cavalli per trasportare la torba. Ma col clima del Garda, i metodi dell'enologo francese non fecero buona prova; le case rurali erano quasi inabitabili, perchè troppo fredde l'inverno e troppo calde l'estate e, infine, la torba che si poteva raccogliere annualmente non era in tale quantità da poter nemmeno ripagare le prime spese del tramvai. Il marchese, imbizzito, sfogò la rabbia pigliandosela colla moglie e licenziando il ragioniere. Ma intanto molte partite rimanevano ancora da aggiustare e i conti dell'ingegnere tedesco non erano stati saldati.

Allora appunto, introdotto da Donna Lucrezia, Pompeo Barbarò si fece avanti e presentò al Collalto le sue proposte. Egli sarebbe entrato in società col marchese nell'amministrazione e nella condotta di Villagardiana, anticipando i capitali per pagare i debiti già incontrati e per compiere le opere incominciate. Questo capitale poi gli dovea essere rimborsato in rate annuali, trattenute dal Barbarò sulla rendita dello stabile e coll'aggiunta degl'interessi a compenso scalare. Tutta la villa e il giardino rimanevano a disposizione dei Collalto; al Barbarò era riservato solamente un piccolo quartierino del secondo piano.

Il marchese Alberto fu costretto, per togliersi d'impiccio, ad accettare una tale profferta, per sè stessa, del resto, onestissima e vantaggiosa; ma non avendo più da contraddire alla moglie nè da gridare col ragioniere e non potendo commettere pazzie a Villagardiana, perchè il Barbarò lo invigilava, egli ci perdette l'amore. Ritornò a viaggiare e a vivere molta parte dell'anno a Parigi fra i cavalli e le donne, finchè assai malandato in salute, capitò sul lago per curarsi, piangendo un po' con tutti la sua disgrazia e specialmente chiedendo conforti a sua moglie, della quale, tanto per cambiare, cominciava ad innamorarsi.

Intanto il Barbarò anticipando sempre nuove somme di danaro tirava innanzi coi restauri.

A novembre, al momento del rendimento dei conti, il marchese, e più ancora la marchesa Angelica, vedendo che le spese fatte superavano di molto l'entrata, non risparmiavano le osservazioni; ma quel bonomo tuto cuor metteva fuori per la circostanza una parlantina assai efficace e finiva sempre con aver ragione.

—Sono restauri necessari, signor marchese: opere tali che faranno rifiorire e triplicare in cinque o sei anni la rendita dello stabile!

I Collalto rispondevano allora che se la rendita di Villagardiana era tutta assorbita dai miglioramenti, ciò che rimaneva del patrimonio non poteva più bastare per la casa.

—Troppo giusto, signor marchese illustrissimo: troppo giusto! Vuol dire che anche per l'annata in corso potranno disporre per intero della rendita di Villagardiana. Le spese che ho creduto bene di fare, più per il vantaggio del signor marchese che non per il mio (perchè già il padrone rimane sempre il signor marchese, e quando volesse potrebbe mettermi alla porta con un calcio), le spese, dicevo, rimarranno a mio credito.

—La ringrazio, caro signor Pompeo,—rispondeva il marchese col suo fare altezzoso,—ma io non vo' obblighi con nessuno.

—Certo, certissimo, obbligato le sarò io, se mi permetterà di servirla! Intanto, se crede (ci ho pensato appunto volendo prevenire le obiezioni della sua nobile delicatezza), prenderò un'ipoteca su Villagardiana... Ma poi... In quanti anni?... In dieci anni al più, ella potrà, volendolo, affrancare il capitale e fare ancora un buon avanzo. Una volta che Villagardiana abbia raggiunto il pieno sviluppo, deve fruttare come la terra promessa; dev'essere la California della nobile casa Collalto.