La marchesa Angelica rimaneva più stordita che convinta da tante chiacchiere; ma invece al marchese Alberto, sempre pieno di sè, e sempre compreso del lustro singolare del suo nome, pareva proprio che la gentuccia gli dovesse essere tributaria come i vassalli del buon tempo antico. Stimava naturale che anche il signor Pompeo si pigliasse il gusto di servirlo per godere di un tanto onore; e come pensava di essere lui medesimo qualche cosa di straordinario, così non dubitava nemmeno che tutto quello che gli apparteneva non fosse privilegiato; e quando l'altro tirava in ballo la California, sorrideva non dell'idea, ma della volgarità borghese di quella metafora.

Frattanto il Barbarò, trovandosi tra la boria del marito e la bontà della moglie, conduceva a buon punto i propri affari, e mentre sperava di diventar in poco tempo e con poca spesa il solo padrone di Villagardiana pensava pure di approfittare dell'intimità che doveva nascere dalla vita comune fra lui e i Collalto per introdursi nel bel mondo e vincere le antipatie e la diffidenza che circondavano la sua persona.

—Anche a me non manca più che il punto d'appoggio per sollevare il mondo, come ad Aristotele!—mormorava Pompeo, che fra Donna Lucrezia e lo Zodenigo andava accattando, a orecchio, una certa erudizione.

Ma se il primo disegno gli riusciva bene, pel secondo, invece, doveva toccargli un fiero disinganno.

Angelica si mostrava affabile col Barbarò, ma pure nel modo stesso con cui lo chiamava signor Pompeo, v'era il tono di bontà quasi compassionevole col quale trattava le persone di condizione inferiore. E, peggio ancora, quel signor Pompeo quand'era pronunciato dal marchese Alberto aveva un'intonazione arrogante e un pochino canzonatoria. Egli lo comandava a bacchetta, e nelle discussioni gli dava sulla voce aspramente. Sparlava di lui cogli amici dipingendolo come un mezzo imbroglione, e si compiaceva di screditarlo presso i fittaiuoli e i contadini. A pranzo il signor Pompeo aveva l'ultimo posto e non era presentato a nessuno, e con tanta gente che frequentava Villagardiana egli, che avea sperato di farsi strada nell'aristocrazia, non era riuscito a far amicizia altro che coll'accordatore del pianoforte. Con tutti i suoi milioni era considerato come l'amministratore di casa Collalto, ed anche per le persone che dipendevano solamente da lui, e che egli manteneva e pagava, era sempre il signor Pompeo; nient'altro che il signor Pompeo.

Insomma dall'ultimo contadino all'arciprete (al quale il Barbarò avea conservato una piccola prebenda perchè non voleva disgustarsi colla Chiesa) tutti a Villagardiana non riconoscevano altri padroni che il signor marchese, la signora marchesa e il marchesino Stefano.

Pompeo faceva ben capire ai fittaiuoli e ai coloni che il marchese era rovinato e che lo stabile ormai era suo di fatto, ma con questi sfoghi non giungeva se non a farsi pigliare in uggia maggiormente.

—Se non fosse stato quel tirchio del signor Pompeo,—mormoravano,—il marchese Alberto gli avrebbe trattati come figliuoli!

Il Barbarò schiattava di rabbia, diventava sempre più duro coi suoi dipendenti e faceva proponimento di rispondere per le rime alla prima occasione a quel pitocco superbioso.

Ma poi, dinanzi al marchese, l'antico portinaio prendeva ancora il sopravvento sul nuovo banchiere, e quando l'altro alzava la voce, gli morivano le parole sulle labbra, e restando confuso, chiudeva in cuor suo tutta la gran collera.