Tutti i suoi pensieri erano sempre rivolti ad Angelica; tutto il suo sangue era come infocato dalla sua immagine; e forse, trascinato dalla bramosia, avrebbe commesso qualche imprudenza, se il timore di perderla scoprendosi prima del tempo, prima di averla ridotta proprio all'estremo punto del precipizio, non gli avesse dato forza per tenersi in carreggiata.
Egli, fino allora, non avrebbe potuto altro che spogliare i Collalto di Villagardiana e invece, per essere sicuro del colpo, bisognava tenere sotto gli artigli tutto l'intero patrimonio.—E a buon conto,—ripeteva fra sè, spaventato che l'amore gli potesse far commettere una qualche minchioneria,—a buon conto non perdiamo di vista gli affari! Gli affari devono essere come la bussola dell'uomo: quanto più soffia la burrasca tanto più bisogna tenerla d'occhio!
Ma intanto ch'egli tendeva cautamente le sue reti la marchesa Angelica non poteva più fare un passo senza vederselo a un tratto comparire dinanzi.
Ogni volta che andava a passeggiare, o sola, o col piccolo Stefanuccio, s'imbatteva sempre nel signor Pompeo, che sbucava all'improvviso da una siepe, da un viottolino, o si mostrava di sotto ai pampani della vite. In casa, appena Angelica usciva di camera, lo incontrava sempre, o lungo i corridoi o su per le scale. E le guance stirate e olivastre del Barbarò si tingevano allora d'una fiamma rossiccia, gli occhi piccoli e loschi scintillavano iniettati di sangue, e la voce gli usciva spezzata dal petto affannoso. Ma pure egli trovava sempre qualche pretesto per fermare e intrattenere la marchesa: un giorno aveva un'istruzione o un'informazione da chiederle: un'altra volta un ordine da farle ripetere; e quando la trovava sola la conduceva lontano per mostrarle qualche nuovo restauro.
Angelica, se pareva ancora una fanciulla per la squisita purezza delle sue forme, era davvero ancora una bimba per l'ingenuità del cuore; e invece d'indovinare ciò che l'avrebbe fatta morire di ribrezzo, non attribuiva il gran turbamento del signor Pompeo, se non alla soggezione ch'essa gl'inspirava. E però si studiava di mostrarsi sempre più affabile, e sovente rideva e scherzava con lui per cercare di rinfrancarlo.
Il Barbarò certe volte credeva d'impazzire. Il sangue gli saliva alla testa, ansimava, non sapeva più quello che si dicesse, ma pure guardava sempre Angelica di sottecchi non fidandosi ancora di fissarla in volto. In sulle prime, ingannato da tanta cortesia, avea osato concepire, nella sua volgarità di villan rifatto, una goffa speranza.
—Che la biondina—pensava—abbia già messo gli occhi sopra i miei quattrini?—Ma poi, quando comprese che tutte le premure della marchesa non erano altro che affabilità e degnazione, il suo livore e la sua passione s'inasprirono maggiormente.
—Fa, fa pure la superba!—borbottava fra i denti, dopo averla accompagnata sull'uscio di casa o del salottino ed essere stato licenziato con un sorriso e un cenno del capo, senza una stretta di mano.—Fa pure la superba: sfogati finchè puoi!... Ma si avvicina il giorno nel quale dovrai smettere le smorfie! Quel giorno, marchesina bella, dovrai essere molto umile e sottomessa col signor Pompeo!... Certo, certo, non ti sembrerò un amorino come il capitano; ma sono i milioni, core mio, sono i milioni che contano, e che cantano, e lo saprai bene quando ti avrò nelle mani....—Sicuro!... In queste manacce grosse e nere, che tu sdegni di toccare!
Pur tuttavia, sebbene il Barbarò sprezzasse i damerini, cercava anche lui, adesso, di farsi bello. Si tingeva i capelli duri, a spazzola che cominciavano a incanutire, e faceva sfoggio di ciondoli, di catene d'oro, di bottoni e di spille di brillanti, tutta roba rimasta in casa Barbarò dopo liquidata l'Agenzia di prestiti sopra pegni di Via del Pesce. E ogni giorno aveva un abito nuovo, o troppo stretto o troppo largo—perchè—predicava sempre a quello zuccone di Giulio—bisognava essere uno stupido per farsi vestire dal sarto, quando lo stesso abito si poteva comprare a metà prezzo e bell'e fatto al bazar!
Ma se l'amore lo abbelliva, o almeno lo lustrava, era certo, per altro, che non lo ingentiliva. In casa i mostrava di un umore tristo e inquieto; ed ogni giorno si faceva più avaro volendo rifarsi in anticipazione di ciò che, col tempo, gli avrebbe potuto far perdere la marchesa. Quando capitava a Milano pe' suoi affari gridava con tutti, era sempre malcontento di tutto. Sentiva, di tratto in tratto, un impeto di avversione strana, feroce contro la florida signora Veronica, e allora la maltrattava e la batteva.