—E la povera bimba—diceva ad Andrea la contessa Fanti, dopo avergli raccontato quegli avvenimenti—accettò le nozze a cui la obbligavano per salvare l'onore della famiglia, come in quel punto si sarebbe assoggettata anche ad una condanna di morte!
—Ebbene, doveva morire!—mormorò Andrea nell'egoismo feroce del suo amore e della sua gelosia.—Doveva morire, ma non doveva tradirmi!
Tuttavia, dopo qualche tempo, quando già cominciava ad alzarsi e a uscire, Andrea assicurò alla contessa Fanti che aveva perdonato all'Angelica, anzi, alla marchesa Angelica di Collalto, come affettava di chiamarla, e che ormai l'aveva dimenticata. "Proprio non metteva conto di disperarsi. Il torto era stato suo, che avea messo il cuore in certe mani, che ancora non sapevano custodire altro che giocattoli."
Ma tutto questo perdono, tutto questo oblìo non erano veritieri, quantunque Andrea volesse convincersene. Egli non avea dimenticata Angelica, non le aveva perdonato e tutto quel suo gran disprezzo non era altro che amarezza e rammarico.
Per istordirsi, e più per un intimo desiderio di vendetta, si abbandonò senza freno a tutti i piaceri. Volle amare e fu amato.... ma le belle che gli posavano sul cuore, per contarne i palpiti, la manina candida e ingemmata, non sentivano altro che l'affannoso ansimare del suo petto.
Tuttavia quegli amori senza l'amore, quei trionfi volgari e fugaci finirono con infastidirlo. Trovò che le donne erano tutte eguali, che tutti gli uomini erano mediocri e la vita non gli parve più altro che una lunga seccatura. Allora si fece scettico di professione e misantropo. Viveva sempre solo, appartato, e se la guerra coll'Austria per la liberazione della Venezia non fosse stata vicina, avrebbe abbandonato anche l'esercito. In quegli anni, avendo quasi consumato il suo piccolo patrimonio, si era messo ad affettare una povertà stizzosa e permalosa; una povertà dinanzi alla quale avrebbe voluto che tutti, e specie i milionari, s'inchinassero col cappello in mano; e aveva poi dichiarato un odio feroce contro i pregiudizi e la boria aristocratica. Ma erano collere, erano sdegni che avevano, senza sua saputa, una sola origine: Angelica.
Non l'aveva forse perduta perchè appunto egli non era nè abbastanza nobile, nè abbastanza ricco?
Andrea credeva di aver seppellito l'amore, come fosse un cadavere, ma invece quell'amore era il seme da cui erano generati tutti i suoi dolori, e tutti i suoi sentimenti. Era la forza che lo trascinava sempre e che egli voleva sempre negare; era la causa prima di tutte le sue contradizioni strane, assurde, inesplicabili; contradizioni del suo passato col suo presente; del suo cuore colla sua testa; dei suoi gusti, delle sue abitudini, de' suoi affetti, colle sue teorie sociali e filosofiche. Si spacciava per democratico e faceva boccuccia parlando della gente bassa; voleva essere e parere cattivo e invece era buono e generoso; odiava il mondo e malediva la vita e sarebbe bastata una parola sola di Angelica per fargli ribenedire mille volte l'universo e Domeneddio!
Si capisce quindi che bastava un soffio a operare il voltafaccia: infatti, quando Andrea, invitato dalla contessa Fanti, si recò a Brescia a passare il suo tempo di permesso e quando un giorno a caso, per un momento, all'improvviso, simile a una apparizione rapida, ma abbagliante, rivide Angelica, di colpo perdette subito la testa e lasciandosi trascinare e travolgere dal cuore, le scrisse una lettera disperata, riboccante di collera e di passione; di accuse, di rimproveri e di preghiere, dicendole che in tutti quegli anni avea sofferto come un dannato, e giurando che la teneva sempre viva, possente nell'anima, come un ideale alto e puro.... Ma voleva rivederla ancora, una volta almeno, una volta sola, l'ultima, la suprema, prima della guerra, prima di farsi ammazzare: perchè non intendeva, non poteva più vivere così!