Cominciò a voler leggere lei i giornali al marchese Alberto, e ogni poco aveva qualche empiastro nuovo e miracoloso da suggerire; si mostrava affabile e servizievole con tutte le persone di casa; s'intratteneva amichevolmente e non dava più sulla voce al signor Pompeo e chiudeva un occhio sulla "corte spietata" che Giulio Barbarò faceva alla Mary. Solo ammoniva la nipote di pensarci due volte prima di perder la testa del tutto, perchè se i milioni del signor Barbarò fossero stati ipotetici non avrebbe mai acconsentito che una del suo sangue sposasse il figlio di un Barbetta, ex-portinaio, e tutt'altro che in odore di santità!

Ma poichè la padrona di casa era Angelica, ed era stata invitata ed era ancora a Villagardiana per Angelica, così rivolgeva verso la cugina le sue maggiori seduzioni, cercando più che mai di rendersele gradita e necessaria.

D'altra parte con Angelica non le potevano servire gli espedienti che adoperava di solito con profitto. Le adulazioni che, come l'arpa serafica di Davidde avevano virtù di rabbonire le furie di Alberto, irritavano invece la marchesa, e già la Balladoro avea dovuto smettere di andare in estasi per la sua bellezza e per la sua voce di contralto "che toccava l'anima, el cuor e tutti i sentimenti!" Angelica non voleva mai mischiarsi nei fatti altrui; i pettegolezzi invece di dilettarla la facevano andare in collera.

—Che cosa fare, dunque?... Che cosa fare?—E Donna Lucrezia smaniosa di riuscire, cominciò a studiar ben bene la cugina, e osservò che era sensibilissima alle premure gentili e a tutte le dimostrazioni d'affetto.

—Come me, come me: il nostro debole è nel cuore!

Infatti, Angelica sin da fanciulla era stata trattata dal conte Prampero con molta severità, e poi dal marito, quando stava bene di salute, con strana freddezza e asprezza di modi. La mamma non poteva quasi ricordarla: una signora pallida, sofferente, sdraiata sempre in una lunga poltrona, e appena la figliuoletta le entrava in camera, si metteva a chiamare quasi spaventata, lamentandosi e mormorando che la portassero via presto, perchè le faceva crescere l'emicrania. Così Angelica, che squisitamente sensibile avrebbe avuto bisogno di vivere fra il dolce tepore delle carezze, si sentiva l'animo intristire come un fiore di stufa sbocciato a caso in un terreno arido o incolto; e certe volte bastava una parola buona che le venisse rivolta per commuoverla e per empirle gli occhi di lacrime.

Trovato il punto di presa, Donna Lucrezia seppe giovarsene destramente. Si mise d'attorno alla cugina con un'assiduità singolare, e ogni volta che la vedeva pensosa non le lasciava più pace, assediandola con un monte di premure e d'interrogazioni. Poi, se Angelica era mesta, Donna Lucrezia si metteva a sospirare; voleva "saper tutto," voleva consolarla, voleva entrare a parte dei suoi dolori, de' suoi affanni, e finalmente un giorno che la vide cogli occhi rossi, le buttò le braccia al collo e cominciò a piangere anche lei.

—Aprimi il cuore, creatura benedetta! Aprimi il cuore e troverai in me una sorella, una mamma, tutto ciò che vorrai!

Angelica, sbalordita da quel torrente di parole, soffocata dai baci e dalle carezze, stretta dalle preghiere e sentendo vivo, urgente il bisogno di uno sfogo, di un consiglio, di un aiuto, pensò che, infine, Donna Lucrezia era ciarliera ma non cattiva, che non poteva averci nessuna ragione per volerle male, e che invece tutto quelle proteste di riconoscenza e di affetto dovevano essere sincere, e allora, balbettando, si lasciò sfuggire, con un tremito, il nome caro di Andrea.

La Balladoro non avrebbe potuto desiderare di meglio:—Corocoché!—era proprio a cavallo.