Appena il signor Pompeo era uscito dalla casina la cingallegra con uno strido era fuggita via spaventata, fendendo l'aria, pei campi lontani.


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X.

Angelica, ritornata a Villagardiana, s'ebbe molti e fieri rabbuffi, che sopportò pallida e muta, tutta chiusa nel dolore. Il marchese Alberto era sulle furie; avea mandato gente a cercarla e non l'avevano trovata, mentre avea detto alla cameriera che andava a passeggiare verso la riva; invece Stefanuccio per il gran dolore di non veder la mamma s'era messo a strillare e non s'era lasciato lavare; ma poi, sempre ingrugnato, aveva versata tutta la zuccheriera nel caffè e latte, inzuppandovi tante fette di torta da farsi venire un'indigestione. E però se l'ira e i sospetti del marito acquietarono un poco, per naturale reazione, i rimorsi di Angelica, le si ravvivarono alla vista del figliuolo, col muso imbrodolato di lacrime e di latte.

A colazione essa toccò appena il cibo, senza nemmeno rompere il pane. Aveva il petto oppresso, la gola stretta; faceva fatica a inghiottire anche una goccia d'acqua.

Finita la colazione, il marchese Alberto volle essere condotto a prendere il caffè, come di solito, all'ombra di un grosso castagno d'India sul terrazzo. C'erano tutti attorno alla carrozzetta: Angelica, Stefanuccio, la Mary, Giulio Barbarò; tutti, meno Donna Lucrezia. La rispettabile signora quella mattina non si era fatta vedere. Aveva detto alla cameriera di scusarla coi padroni se non scendeva a colazione, perchè "spasimava dal mal di denti." Ma invece del mal di denti aveva un altro male addosso: era inquieta, era arrabbiata di ciò che avea dovuto riferire al Barbarò; e si sentiva sossopra per il colpo terribile che da un momento all'altro doveva rimbombare nella casa.

—Ah, santi numi, santi numi!... Perchè non sono libera e ricca?... Allora, invece di star soggetta a quel muso da cane, gli risponderei per le rime!... E fantasticava un bel giorno di repubblica in cui lo Zodenigo (del Consiglio dei Dieci) gli avrebbe fatto impiccare il Barbetta per farle piacere.

Intanto il marchese Alberto, tutto rattrappito nella carrozzella, colle gote accese, perchè mangiava e beveva molto, continuava a brontolare rabbiosamente con Angelica. Adesso s'irritava perchè rimaneva muta e aveva la faccia intontita.—L'emicrania—borbottava—era stata una scusa. Non era per lui certamente, per il dolore della sua prossima fine che si era vestita di bianco e si era fatti i ricciolini!—Stefanuccio voleva le caramelle col rosolio, e strillava. Un po' più lontano, seduta sul muricciolo del terrazzo, la Mary discorreva piano con Giulio Barbarò che rimaneva in piedi, dinanzi a lei. I due giovani, un po' anche perchè ci erano avvezzi, non badavano a quelle scene. Giulio era ritornato allora da Brescia, e aveva portato alla signorina certa musica e alcuni libri, di che essa lo aveva pregato. E sfogliando i libri e la musica più di una volta era successo che le dita del giovane avevano incontrato la mano della fanciulla; e più di una volta alzando la testina dai bei capelli castagni ondeggiati, la Mary avea sorriso amorosamente all'amico suo che, sempre un po' timido, non la poteva guardare senza arrossire.