Giulio Barbarò non si era fatto un bel giovane. Aveva il viso palliduccio, la figura esile e sembrava più piccolo della Mary; ma quando la fanciulla lo guardava co' suoi occhioni che avevano la lucentezza morbida del velluto, egli pareva trasformarsi; pareva che un nuovo calore, una nuova vita si diffondesse in lui e il suo viso diventava piacente, tanto era l'amore profondo e la docile bontà che allora esprimeva.
I due giovani continuarono così molto tempo a sfogliare i libri e a discorrere quietamente, e il marchese Alberto, addormentatosi, avea finito di brontolare, quando si udì un rumore di passi: Stefanuccio, seduto sulle ginocchia della mamma, si fermò subito dal succhiare la caramella e come un cane di guardia puntò chi si avvicinava.
Era il signor Pompeo, umile e cerimonioso, che veniva a informarsi della salute del marchese Alberto e a presentare i suoi omaggi alla marchesa Angelica.
Il Collalto si destò subito e, sbadigliando, guardò in giro cogli occhi pesi.
—Oh bon dì, sor Pompeo!
—Sono dispiacentissimo!... Ella riposava un poco, e io l'ho disturbato....
—Chè! Non dormivo; non dormo mai!... Ho troppi pensieri; troppi dolori.... E poi, presto, avrò tanto tempo da dormire!...
—Che cosa dice, che cosa dice mai, signor marchese!... Questi, scusi, sa, sono brutti pensieri che bisogna bandir dalla mente. Ella è giovane; la gioventù è un gran rimedio e vivrà, diamine, vivrà lungamente, per tutti coloro che le vogliono bene!...
—Allora potrei crepar domani,—borbottò il Collalto a mezza voce; poi con un cenno di mano si chiamò vicino il signor Pompeo, che si curvò sulla carrozzella, e gli domandò all'orecchio:
—E così?