Angelica arrivò a Milano che lo zio Diego era andato a letto appena da poche ore. Il marchese non aveva mai perduto il suo tempo a fare qualche cosa, e pure, alzandosi, come usava, quasi all'ora di pranzo e andando a dormire dopo l'alba, si lamentava con tutti che le giornate erano troppo corte, e al Caffè Cova, e al club, e ad ogni suo ritrovo giungeva sempre affannato e in grande tardanza. Intanto la sua toilette richiedeva molte cure e non si poteva dire fossero spese male, perchè il marchese Diego, alto della persona, magro, pallido, d'un biondo che invece d'incanutire era diventato verdognolo, riusciva ancora, veduto un po' da lontano, o in mezza luce, a sembrare quasi un giovanotto, quantunque si avvicinasse molto alla sessantina.

Angelica, dopo essergli stata annunziata, dovette aspettare assai nel salottino dello zio, prima di potergli parlare; e più volte si era presentato il cameriere per dire alla signora marchesa, con una solennità cerimoniosa, e sempre colle stesse parole e col medesimo inchino, "che il signor marchese si scusava di doverla far aspettare ancora un dieci minuti" e per domandarle se intanto abbisognasse di qualche cosa.

—No, grazie. Dite al signor marchese che faccia pure tutto il suo comodo; che non ho alcuna fretta,—rispondeva Angelica invariabilmente.

Adesso avrebbe quasi desiderato che lo zio non terminasse mai di vestirsi; e quando sentiva camminare nelle camere vicine e poi invece del marchese Diego vedeva comparire il servitore, provava in sull'attimo come un senso di sollievo.

Sola e raccolta nel cantuccio del canapè, non alzava mai gli occhi dal suo ventaglio, che continuava ad aprire e a chiudere con le dita convulse tenendovi gli occhi fissi senza guardare; e in quel punto si sentiva tanto agitata che non poteva più nemmeno pensare a ciò che avrebbe dovuto dire per commuovere lo zio.

Il salottino, che sembrava quello di una signora, o meglio di una cocotte, tanto era frivolo e mondano, tutto pieno di ninnoletti eleganti e inconcludenti, di nudità non sempre artistiche e di ritratti e di ricordi femminili messi in mostra con ridicola ostentazione, come avrebbe fatto un fantino coi premi delle corse, non aveva mai attirata la curiosità di Angelica in tutto quel tempo ch'era rimasta sola ad aspettare.

Essa non osservava, non vedeva nulla, e il cuore le batteva sempre con maggior violenza; e quando dallo scricchiolare delle scarpe indovinò che quella volta non era il cameriere, ma proprio il marchese Diego che stava per venire, fu presa da un subitaneo sconforto, da un avvilimento strano.

L'accoglienza dello zio Diego fu affettuosissima. Egli non finiva mai di scusarsi per averla fatta aspettare e mentre "valendosi dei suoi diritti" le baciava galantemente la mano, metteva immediatamente a disposizione dell'adorabile nipotina la propria casa, la propria persona ed anche il proprio cuore, "pur troppo sempre giovane, anche fra le brine e fra le nevi della cadente età!"

Ma nemmeno le cerimonie nè la parlantina espansiva del marchese ebbero virtù di rinfrancarla; e quando, in fine, dovette palesare il motivo di quel suo viaggio. Angelica si sentiva debole, confusa e non sapeva più trovare nè l'energia che fino allora l'aveva sorretta, nè gli argomenti che prima le sembravano i più efficaci. Tuttavia, un po' balbettando, un po' singhiozzando, riuscì a mettere a parte lo zio della trista condizione in cui si trovavano; e gli riferì sinceramente il colloquio avuto col Barbarò, tacendo solo dell'offesa che avea patita e che non si sarebbe degnata di ripetere.

Il marchese intanto continuava a sorridere mostrando i bei denti finti e guardando Angelica cogli occhi languidi, mentre le accarezzava una mano affettuosamente; poi,—cara mia,—le rispose, sempre colla più squisita affabilità,—tu sai bene che io non sono molto ricco; ho appena lo stretto necessario per i bisogni miei, e se dovessi pagare i debiti di tuo marito, allora capirai, bella nipotina, invece di uno, si sarebbe in due a non averne più abbastanza!