Ma poi, oltre a questi, egli aveva cominciato a rendere al padrino altri servigi più importanti assai.
In quel frattempo la ditta Micotti e figlio aveva assunto in appalto la doppia fornitura delle scarpe e dei fucili per il corpo dei Volontari, e Beppe Micotti, istruito in proposito dal Barbarò, che viaggiava continuamente da Milano a Brescia per tenerlo d'occhio, si comportava in modo di non far perdere alla ditta la bella fama che si era già guadagnata in simili imprese durante la guerra del cinquantanove.
Tuttavia il signor Barbarò, quantunque avesse fatto concorrere i Micotti a quell'appalto, ce l'aveva sempre con Garibaldi e i Garibaldini. Brontolava, sogghignando, che "l'eroe dei due mondi" non era altro che un ciarlatano e un falso democratico, dominato dalla più sfrenata ambizione; un orgoglioso che non voleva sottomettersi a nessuno, e che avrebbe anche disfatta l'Italia, che costava a tutti tanti sacrifici, per la smania di mettersi a fare il dittatore!... Se non fosse stato più superbo di Lucifero, doveva contentarsi, come il Cialdini, di ottenere il comando d'un corpo dell'esercito regolare, senza accrescere le difficoltà al povero Lamarmora, e senza portare un nuovo colpo alle nostre finanze. Per il Barbarò l'esercito dei Volontari aveva questo solo di buono: in que' giorni difficili liberava il paese dai matti e dalla canaglia: c'eran tutti con Garibaldi! Ma il guaio serio sarebbe stato al ritorno delle bande indisciplinate e armate di tutto punto!...—Chi sa, che cosa andava a succedere!...—E forse fu per ragioni di prudenza, che i fucili forniti ai Garibaldini dalla ditta Micotti e figlio non eran altro che ferravecchi.
Pure, ad onta dello sue ire e de' suoi timori, Pompeo Barbarò fu molto contento quando seppe che suo figlio, il buon Giulietto, era partito improvvisamente da Milano, senza dir nulla nemmeno alla Mary, per raggiungere a Sarnico un reggimento di Garibaldini.
—Bene, benone!—pensava il Barbarò, rosicchiandosi le unghie.—Bene, benone! Non si sa mai che cosa debba accadere nella vita, e un giorno o l'altro mi può essere utile anche di avere un eroe in famiglia. Questo prova intanto che ho educato mio figlio con buoni principii.... E... se per caso tornasse al mondo Don Miao.... E poi intanto che il ragazzo è a Sarnico, e quando, dopo, sarà andato in Tirolo, io avrò sempre una scusa eccellente per rimanere a Brescia a tener d'occhio gli affari miei. "Non ci sono già" potrò dire "perchè abbia interessi colla ditta Micotti, ma perchè voglio essere vicino il più possibile a mio figlio.... al mio unico figlio, per bacco!"
Intanto Garibaldi era arrivato a Genova da Caprera, e da Genova correva dritto a Como, a Lecco, a Bergamo a passarvi la prima rivista dei suoi Volontari, seguìto dappertutto dai voti degli uomini liberi e dalle speranze degli oppressi... e anche dai brontolamenti del signor Pompeo. L'entusiasmo ognor crescente per Garibaldi lo infastidiva e lo irritava sempre più: finiva coll'odiarlo quell'uomo che aveva l'amore di tutto un popolo, l'ammirazione di tutto il mondo.
Il Barbarò, dopo la speranza di un grosso guadagno sulle forniture, due altre ne aveva riposte nella guerra; e cioè che Andrea Martinengo ricevesse una palla nello stomaco (magari una palla di cannone) e che a Garibaldi toccasse la peggio. La morte del Martinengo lo avrebbe reso felice; la sconfitta "dell'eroe dei due mondi" gli avrebbe ridato il buon umore.
"Era tempo di finirla con quella mascherata delle camicie rosse!"
E la sera in cui Garibaldi appunto era aspettato a Brescia, dove teneva il suo quartier generale, il Barbarò rimase solo solo e imbronciato in un cantuccio del Caffè del Duomo.
La grande sala, sempre affollata e risonante pel frastuono allegro delle voci e il continuo via vai della gente, quella sera era vuota e deserta: tutti erano alla stazione; tutti erano andati incontro a Garibaldi.