Pompeo borbottava:—Gl'Inglesi hanno ragione da vendere, quando ci chiamano la carnival nassion! Con una guerra terribile alle spalle, non si pensa ad altro che alle feste e alle luminarie. Matti; matti da legare!

Ma così solo si annoiava. Sbadigliò, fece alcuni conticini, col lapis, sul tavolino di marmo, poi pensò ch'era meglio andare a dormire, e chiamò, per pagare, il cameriere. Questi si faceva attendere: approfittando dell'occasione s'era ritirato anch'esso in un altro cantuccio, e faceva un sonnellino.

—Crist'... oforo!—gridò Pompeo, battendo stizzito sul tavolino, colla ghiera del bastone.—Sono andati con Garibaldi anche i camerieri?!...

Tommaso, il buon Tommaso del Caffè del Duomo, si svegliò allora tranquillamente, si avvicinò bel bello, e fissando il cabarè, cominciò a fare il conto ad alta voce colla sua solita cantilena:

Venticinque del caffè; cinquanta del cognac; trenta del scifone: uno e cinque per servirlaa!

Pompeo buttò una lira e due soldi sul vassoio.

—Grazie al signoree!

Ma il buon Tommaso, svegliato del tutto oramai, desiderava fare un po' di conversazione; e però mentre con una mano teneva sollevato il vassoio e coll'altra, servendosi di uno strofinaccio, asciugava il tavolino, domandò sorridendo:—Il signore è rimasto solo stasera?

Il Barbarò non rispose.