Pure anche Pompeo, senza avvedersene, rimase attratto dalla commovente imponenza del nuovo spettacolo, e sempre brontolando si avviò passo passo, con un muso lungo un braccio, verso l'Albergo d'Italia.

"Poichè si trovava lì, e non era possibile di andar a dormire, voleva vederlo anche lui, questo Garibaldi!"

Camminava sempre sotto il portico e contro il muro per schivare la gente che guardava di mal occhio, quando a un tratto esclamò:

—Ah, ah, lo Sbornia! Stasera ne avrà bevuti dei bicchierini alla salute del Dittatore!

Lo Sbornia era vestito da volontario. Adesso che c'era l'aiuto di Beppe Micotti aveva potuto arruolarsi senza che gli toccassero prediche. Appoggiato a una delle colonne dei portici, cogli occhi intenti verso il terrazzo dove da un momento all'altro sarebbe apparso Garibaldi, stava immobile e muto come una cariatide. Pompeo gli si avvicinò battendogli sopra una spalla. L'altro si voltò lentamente, ma poi riconosciuto il padrone si rizzò subito toccandosi il berretto.

In quel punto, da tutta la folla, uscì un immenso evviva, un tuono, un uragano di evviva. Il vecchio volontario non pensò più al principale; lo dimenticò affatto, e agitando il berretto verso il terrazzo, mormorò colla voce cupa e rauca:—Viva il Generale!

—Taci, ubriaco!—grugnì piano Pompeo; ma intanto anche lui dovette alzare il capo e guardare Garibaldi.

In un attimo in tutta quella moltitudine rumoreggiante non ci fu più un grido, una parola, una voce: Garibaldi cominciava a parlare.

—Non si capisce niente!—borbottò Pompeo, stringendosi addosso allo Sbornia.