—Certamente, se si potesse metterlo in gabbia!
—È scappato?...
—No; ma contro questa canaglia mancano le prove legali—rispondevano i meglio informati.—Bisognerebbe in tal caso, che i gerenti della Ditta cantassero chiaro. Se l'altro Micotti, il figlio del morto, volesse fare delle rivelazioni, allora il Barbarò sarebbe spacciato; ma tutti invece, si vede, devono trovare il proprio vantaggio nel tener nascosto il principale, perchè nessuno fiata. Anche Beppe Micotti resta muto come un pesce, e dichiara soltanto di aver eseguito sempre e ciecamente tutte le istruzioni e gli ordini di suo padre.
—Ma anche questo Pompeo Barbarò, chi è infine? Da dove diamine è sbucato?
—Chi può saperlo?... Ha sempre fatto l'affarista, l'usuraio; ma in grande. Ha rovinato mezzo mondo; i Badoero fra gli altri, ed anche il marchese di Collalto. Di sicuro, si sa una cosa sola; che ha più milioni in tasca, che capelli in testa!
—Oh oh, davvero è proprio un riccone?!—esclamavano in molti a questo punto.—Se ha tanti quattrini allora... niente paura!
—Paura, ne deve avere in ogni modo—soggiungevano i più arrabbiati.—Dovrà pur comparire alle Assise, se non altro come testimonio, e allora lo serviremo a suon di fischi e di legnate, quel cane, quel boia!...
Infatti anche Pompeo Barbarò, pensando al giorno in cui, per i suoi rapporti personali verso la Ditta Micotti, avrebbe dovuto presentarsi all'udienza per deporre sui precedenti degli imputati, si sentiva addosso la tremarella.
Era sicuro di averla fatta in barba alla legge, ma... se il pubblico, vedendolo, si fosse messo a schiamazzare?... Gli accusati erano lasciati a piede libero, e il Barbarò aveva potuto accomodar bene le sue faccende; ormai era sicuro di Beppe Micotti e degli altri, ma... ma s'egli stesso si fosse imbrogliato, confuso, tradito nel rispondere al Presidente?