Poi, passato ancora qualche tempo, due o tre sere prima che incominciassero i dibattimenti, ad accrescere la sua apprensione e le sue inquietudini, gli capitò proprio un tegolo sul capo, da dove meno avrebbe temuto.
Pompeo Barbarò era ancora a tavola a predicare, a brontolare e a sbuffare con Giulio, che lo stava a sentire ansiosamente, sul proposito dell'imminente processo. Dichiarava appunto che lui aveva sempre detto e ripetuto che quel bestione dello Sbornia gli avrebbe fatto avere dei dispiaceri, ma che del resto poteva vantarsi, e avrebbe provato di aver le mani e la coscienza nette, quando entrò nella stanza il portinaio, per avvertirlo che era venuta una donna a cercare di lui, e che gli voleva parlare subito, sul momento.
—A quest'ora?... Chi è?...—domandò Pompeo maravigliato.
—M'ha detto di annunziare "la Veronica" e che lei avrebbe capito.
Il Barbarò, sbuffando, diede un'occhiata al figliuolo come per dirgli "Capisci?... quella gente non mi dà requie neppure quando sono a pranzo"; poi tornò a domandare:
—È ancora giù?
—Sissignore.
—Be'... falla salire.
Il portinaio uscì. Pompeo, continuando a sbuffare, accese una candela e gli tenne dietro, fermandosi ad aspettare la Veronica sul pianerottolo; poi, quando fu sopra, senza salutarla, nè guardarla in faccia, la fece entrar nel suo studio, ch'era dall'altra parte della scala.
—E così?... Che c'è di nuovo?—domandò quando ebbe chiuso l'uscio, e messo il candeliere sopra lo scrittoio.