Preferiva piuttosto di restare terra terra... colle tasche gonfie. Egli avrebbe voluto ideare e compiere qualcosa di notabile in vantaggio del suo paese, ma che fosse nello stesso tempo anche un buon affare. "Se per salire, per arrivare in alto arrischiava di rovinarsi, allora, diavolo, appena su, sarebbe nuovamente capitombolato al basso."
E una volta che lo Zodenigo, lodando questa sua avvedutezza, citò per esempio "il volo d'Icao" il Barbarò gli fece notare che le ali d'Icaro, si erano appunto liquefatte perchè di cera.—Se fossero state d'oro—concluse con un risolino—lo avrebbero tenuto sempre in equilibrio, e invece di struggersi al sole avrebbero sfolgorato!...
—No, no, non bisogna abbandonarsi a un colpo di testa, bisogna invece pazientare... e aspettare un colpo della fortuna.
La fortuna è capricciosa, ma spesse volte fedele, e anche il colpo desiderato capitò ben presto al signor Pompeo, che fu pronto a non lasciarselo sfuggire.
Poco dopo la guerra del sessantasei, e a cagione della medesima, Milano, come tante altre città d'Italia, ebbe ad attraversare un periodo di crisi economica e monetaria, assai funesta. Mancava il danaro, e mancava pure il numerario, e se la legge sul corso forzoso dava modo di far fronte colla carta-moneta agli affari in grande, era poi affatto insufficente ai bisogni del piccolo commercio per la scarsità del rame, e specialmente della valuta spicciola di una e di mezza lira. Allora sorsero nuove Banche e nuovi Istituti di credito, i quali per sopperire al bisogno misero in circolazione per una data somma prestabilita, altrettanti biglietti fiduciari di piccolo taglio. Ma mentre molti di questi Istituti prosperarono, altri parecchi invece, per varie cagioni, andarono all'aria, e in quest'ultimo caso, chi possedeva biglietti fiduciari delle casse in discredito o fallite temeva di non avere, o non aveva davvero più altro in mano, che cartaccia sudicia, di nessun valore. A Verona, a Napoli, a Bologna accaddero disordini gravi, in seguito appunto al fallimento di taluna di codeste Banche. I biglietti emessi non avevano più corso, e la povera gente che li aveva sudati, che non li poteva più spendere, e che non ne aveva altri per comperarsi il bisognevole, gridava, strepitava, minacciava e faceva tumulto.
Anche a Milano era sorto in quel tempo un nuovo Istituto di credito denominato la Banca degli Interessi Lombardi Provinciali, che aveva emesso per oltre un milione di carta fiduciaria. La Banca, in sulle prime, prometteva bene. Fra gli amministratori suoi figuravano i più bei nomi del patriziato e della ricca possidenza milanese. A presidente era stato eletto il marchese di Rho, gentiluomo di stampo antico, di idee conservatrici, ma il cui nome era la bandiera dell'onestà e del carattere. Tuttavia gli azionisti dovettero accorgersi in breve che se gli amministratori della Banca degli Interessi Lombardi Provinciali, erano il fiore dei galantuomini, non erano del pari gente avveduta. Gli affari che facevano erano scarsi e di scarso profitto. Largheggiavano troppo nello sconto delle cambiali, senza premunirsi colle debite cautele, e però, in un mese solo, avevan dovuto sottostare, con gravissima perdita, a tre grossi fallimenti, uno dopo l'altro, e il suo Direttore era stato costretto a dare lo dimissioni. Tutto ciò, naturalmente, aveva scosso il credito della Banca, e i biglietti fiduciari cominciarono ad essere accettati di mala voglia, poi con gran difficoltà, poi, in fine, non ebbero quasi più corso. Allora alla sfiducia successe il timor panico, e si andò, giù giù, a precipizio. Tutti i possessori dei biglietti della Banca degli Interessi Lombardi Provinciali corsero in folla per il cambio alla cassa, tanto che un giorno venendo a mancare il denaro, gli sportelli furono chiusi improvvisamente prima delle due pomeridiane, e si sparse la voce per Milano che non sarebbero stati riaperti nemmeno il giorno seguente. Nel frattempo una circolare urgentissima del Consiglio di Presidenza chiamava gli azionisti, per quella sera stessa, in Assemblea Generale.
Fra questi c'era pure il signor Pompeo Barbarò. Egli non aveva voluto affidare un grosso capitale alla Banca degl'Interessi Lombardi, perchè i reggitori, dal suo punto di vista, non gl'inspiravano molta fiducia, ma pure aveva pensato di acquistare un piccolo numero di azioni, desiderando che il suo nome figurasse in quell'accolta di persone tutte nobili ed egregie.
E quantunque ne facesse parte, aveva contribuito ugualmente a mettere in pericolo l'Istituto. Aveva fatto girare per Milano certe sue persone fidatissime le quali, spaventando il pubblico con falsi allarmi, ritiravano a poco prezzo i biglietti della Banca degl'Interessi Lombardi Provinciali, che nelle botteghe e sulla piazza non si volevano più ricevere, ma che presto o tardi, il Barbarò ne era sicuro, sarebbero stati pagati fino all'ultimo soldo.
Era un buon affaretto che aveva intravveduto, e non c'era ragione che se lo lasciasse scappare o rubar di mano; ma poi, dopo di aver lavorato di giorno come doveva, per l'interesse suo, si recava la sera tranquillamente all'Assemblea, volenteroso di offrire i propri lumi, in vantaggio della Società.