Pompeo Barbarò era entrato solo nella grande aula dov'erano raccolti gli azionisti. Questi, per la maggior parte in marsina o in abito di sera elegantissimo, anche in que' momenti di agitazione e di timori non infondati, conservavano sempre negli atti e nelle parole la loro compostezza signorile e un po' altezzosa, discorrendo piano, lentamente, garbatamente senza mai irritarsi e senza mai commuoversi.
Nessuno, nella sala, si era voltato per guardare il Barbarò; nessuno lo aveva salutato; nessuno si era mosso per fargli posto. Tutti lo sprezzavano e non volevano trovarsi a contatto con lui.
Pompeo, un po' intimidito, un po' impacciato, si avanzò umile, riguardoso, tenendo il cappello in mano, verso il banco della Presidenza. Poi rimase un momento confuso, senza saper che dire nè che fare, salutando chi non lo guardava... ma a un tratto pensò che, in fine, se quegli altri avevano molta superbia, lui aveva pure delle azioni, e allora facendosi animo si avvicinò al marchese di Rho, che discorreva in mezzo a un gruppo d'amici, e alzando troppo la voce, per paura che gli mancasse, domandò "che cosa c'era di vero, nelle chiacchiere che correvano in piazza."
Il Presidente, guardando da tutt'altra parte, gli rispose che, aperta la seduta, "avrebbe esposto la situazione finanziaria" e subito si allontanò voltandogli le spalle, mentre gli altri azionisti facevano altrettanto, piantando solo il Barbarò in mezzo alla sala.
—Saprebbero forse qualcosa intorno ai biglietti della Banca che ho fatto ritirare?—pensò Pompeo.—No, non è possibile: l'operazione è stata condotta con tanta oculatezza.... E allora questi spiantati perchè fanno i superbiosi?...
Su quel subito si sentì voglia di andarsene; ma non ebbe coraggio di farlo. Gli dava noia quel tratto di cammino che gli restava da fare per arrivare all'uscio, e aveva paura di ciò che avrebbero potuto dire di lui quando fosse partito. "No, no; voleva rimanere fino alla fine," e si ritirò nel vano di una finestra. "A buon conto aveva il pieno diritto di rimanere, era in casa sua, come quegli altri" e per far valere la propria autorità, ordinò sgarbatamente a un fattorino, che gli passava accanto, di chiuder meglio la porta della sala.
Quasi subito il marchese di Rho, in piedi, al tavolo della Presidenza, sonò il campanello: si fece un gran silenzio nell'assemblea, e allora il marchese espose brevemente e chiaramente lo stato della Banca, concludendo che senza la sfiducia sorta nel pubblico, e senza quel precipizio di dover rimborsare in poche ore tutto il grosso capitale di biglietti fiduciari messo in circolazione, l'Istituto avrebbe potuto riparare in breve tempo alle perdite subìte, e rimettersi ancora sulla buona via. Ma occorreva una forte somma in moneta effettiva per la mattina dopo: era certo che alle nove antimeridiane una folla si sarebbe presentata agli sportelli per il cambio dei biglietti, e se il cambio non si poteva subito effettuare sarebbe stato inevitabile un disastro.
A queste parole corse nell'assemblea un mormorìo di sbigottimento, e il marchese di Rho, sebbene si mostrasse calmo e dignitoso, era tuttavia più pallido del solito, con due righe profonde che gli solcavano le guance sotto gli occhi.
Invece Pompeo Barbarò si sentiva in preda a un'ansia indicibile, e gli batteva forte il cuore.