I soci a questo punto si voltarono tutti ansiosi a guardarlo. Il momento era supremo; più che supremo, disperato, e bisognava accettare un buon consiglio da chiunque fosse dato. Il presidente impose silenzio e fe' segno al Barbarò che poteva parlare.

—La somma,—cominciò Pompeo,—la... somma... le ottocento... cinquanta... mila lire rifiutate dalla Banca Nazionale... posso... potrei... potrò... prestarle io... alla società!...

Ci fu per tutta la sala un mormorìo, un fremito prima di sorpresa, poi di maraviglia, in fine di contentezza, e i soci istintivamente si scostarono premurosi per lasciar posto di avvicinarsi al Barbarò, e per accoglierlo in mezzo a loro.

Il ghiaccio era rotto. L'interesse, i pericoli del momento facevano superare e vincere in un attimo le prevenzioni, le antipatie, le diffidenze, lo sprezzo, e l'omiciattolo trionfava.

—Non pongo altro che una condizione,—continuò Pompeo fatto ormai più sicuro.

Tutti lo guardarono ansiosamente, senza fiatare.

—Voglio far parte del Consiglio di Amministrazione per tutelare anche il mio interesse, insieme con quello della Banca.

—Ha ragione!... È troppo giusto!—si gridò subito da ogni parte, mentre il marchese di Rho, vinto, commosso da quell'atto apparentemente generoso, si alzò dalla poltrona esclamando:—Io rinuncio la Presidenza al signor Pompeo Barbarò, e propongo che venga eletto in vece mia, per acclamazione.

—No,—fu pronto allora a rispondere Pompeo,—metto pure l'altra condizione, che rimanga in carica, come presidente della Banca, il marchese di Rho!