V.
Giulio Alamanni, quando gli morì la moglie, n'era sempre innamorato. Lucia in fatti possedeva per maravigliosa intuizione l'arte tanto difficile di saper voler bene. Essa amava col cuore e coll'intelligenza e però conservava sempre desta, anche in mezzo ai trasporti più appassionati, la felice vivacità del suo spirito, e riusciva sempre a trasformarsi, con un senso squisito di opportunità, a seconda delle varie disposizioni d'animo o d'umore del marito. Così che l'Alamanni a volte trovava in lei un'amante appassionata, a volte una piacevole compagna dalle arguzie eleganti, e a volte invece, quando sentiva il bisogno di comunicare i più arditi concetti della propria intelligenza, o di espandere le più intime aspirazioni del cuore, era essa l'amica fidata, che meglio di tutti lo sapeva intendere ed apprezzare, e in due pupille nere, lucenti, che lo guardavano con amorosa attenzione, egli vedeva sempre riflessi i suoi affetti e i suoi entusiasmi.
Colla fortuna di una tal compagna nella vita all'Alamanni poco o nulla restava da desiderare. Viveva contento, felice, tutto chiuso nella sua casa, e però, di primo acchito, sentì di non poter amare, d'odiar quasi quella creaturina che veniva al mondo per distruggergli a un tratto ogni felicità, per strapparlo brutalmente dalle braccia della sposa, dell'amante, dell'amica diletta, per lasciarlo solo e misero a sopravvivere ai propri affetti, privo di ogni speranza.
Chiamò allora presso di sè una sua parente vedova e non ricca; le affidò la neonata, volle che la portasse via subito, che pensasse lei ad allevarla; insomma che le facesse da madre. Gliel'avrebbe ricondotta più tardi, quando il tempo, che non doveva certo mitigare l'acerbità della sua sventura, gli avesse almeno data la forza di soffrire con più coraggio.
Ma la tempra di Giulio Alamanni era vigorosa, e il dolore, per quanto forte, non poteva abbatterla. Egli aveva troppe e troppo care memorie, aveva troppo alta poesia nell'animo per abbandonarsi ad un'inerzia vergognosa; e però dopo quell'urto che lo avea violentemente scosso si riebbe col cuore sanguinante, ma con una energica risoluzione, e dedicò la vita e l'ingegno al trionfo di un ideale che ricominciava allora a infiammare potentemente gli animi: la libertà della patria.
Già un suo fratello, di poco più giovane, Francesco Alamanni, discepolo e strumento segreto e validissimo di Giuseppe Mazzini, caduto in gravi sospetti della polizia, avea dovuto esulare sotto altro nome in Piemonte. Giulio Alamanni, inscrittosi pure nella Giovane Italia, continuò allora a Milano, con pari animo e gagliardia, l'opera del fratello, finchè non si ritrovarono uniti, prima per combattere insieme durante le Cinque Giornate, e poi per arruolarsi nei Bersaglieri Lombardi e accorrere alla difesa di Roma.
Perciò quando pochi mesi dopo i Tedeschi tornati a Milano incrudelirono nelle rappresaglie, il palazzo degli Alamanni fu subito preso di mira e sorvegliato e perquisito, mentre la polizia si adoperava a tutta possa per aver nelle mani i due fratelli.
I pochi servitori ch'erano rimasti in casa venivano chiamati un giorno sì un giorno no, dal Commissario per essere sottoposti a lunghi interrogatori sul conto dei padroni. Si voleva sapere se mai ne avessero sentito a parlare, se ne erano giunte notizie a qualche parente, a qualche amico; e secondo l'umor della bestia, a volte erano minacciati di fieri gastighi, a volte blanditi e lusingati da seducenti promesse. Ma tuttavia, anche volendolo, essi non avrebbero potuto riferir nulla di rilevante: i padroni non si facevano vivi con alcuno.
Pompeo, nei primi momenti, ebbe pur egli una chiamata dal Commissario, e sebbene si affrettasse a rispondere all'invito, vi andò tutto tremante dalla paura.