Giulio avea fame, e lo diceva pianino alla mamma, la quale, non arrischiandosi a parlare, moveva però a ogni poco i piatti e le posate di ferro, perchè l'altro dovesse accorgersi che il desinare era pronto.

Ma Pompeo rimaneva impassibile deludendo tutti gli espedienti messi in opera per iscuoterlo. E durò così ancora un buon pezzo, finchè la Betta, pensando che il riso si sciupava, si fe' animo, e a mezza voce, passandogli vicina, lo avvertì che avea messo in tavola.

La povera donna si aspettava certo uno sgarbo un rabbuffo, ma in vece, con grande sua maraviglia, il marito le rispose garbatamente che incominciasse lei a mangiare col bambino.

—Io non ho fame,—aggiunse poi, battendosi forte col pugno sullo stomaco.—Sento ancora il peso delle aringhe e delle cipolle di stamattina... Bisognerà... proverò... a far due passi...—E guardò l'uscio, ma non si mosse.

—Vuoi una scodella di brodo e vino? Ti farà bene se hai un po' d'imbarazzo—suggerì la moglie con sollecitudine.

—No... no... Mi dà disgusto!... Farò due passi... farò due passi—ripetè, e cercò coll'occhio il cappello, guardando ancora verso l'uscio; ma come prima, alla sfuggita, e senza muoversi.

La Betta si rincantucciò nell'angolo della tavola, si fece il segno della croce, e preso il bimbo sulle ginocchia, cominciò a mangiar la minestra adagio adagio, senza più dire una parola, studiandosi di non toccar la scodella col cucchiaio, per non dar molestia al marito.

Questi, dopo un altro poco, si mosse girando lentamente su e giù per la stanza. Poi si fermò dinanzi alla seggiola dov'era il suo cappello. Lo spazzolò ben bene, a lungo, gli lisciò la tesa fregandola contro il gomito, gli aggiustò il nastrino, e in fine se lo cacciò in capo risolutamente con un lattone; ma ancora non ebbe il coraggio di andarsene e tornò daccapo a passeggiare quasi non sapendo trovar la parola solita per dire addio.

—Che ora è?—domandò finalmente, dopo essersi schiarita la voce che gli usciva soffocata dalla strozza, e senza guardare in faccia la Betta.

—Le sei, credo.