Pompeo, oppresso, agitato si rodeva l'unghia del pollice coi denti. Ma a un tratto gli sembrò di udire qualcuno muoversi nella stanza vicina. Allora trasalì e accostandosi tremante alla Betta:—Zitta, zitta,—le gridò con voce bassa, ma vibrata, curvandosele addosso.—Sta zitta!
—Spia... Spia... Assassino!...—continuò a mormorare delirando.
—Chètati,—replicò Pompeo sempre più spaventato, nello stesso tempo acceso d'odio e di collera contro quell'essere debole, che gli si era sempre piegato dinanzi, ma che in quel punto sfuggendo al suo dominio, lo condannava con una parola infame:—Chètati.
—Spia!... Spia!... Assassino!...—e l'inferma, sempre delirando, spalancò a un tratto gli occhi.
Pompeo perdette il lume della ragione, stese la mano irrigidita dallo spavento e dall'ira, e chiuse, soffocò quella bocca ostinata, affondando contro il guanciale il capo della donna.
—Chètati!... maledetta!
Il misero corpicciuolo diè un sobbalzo di sotto alle coperte, poi non si mosse più.
In quel momento fu bussato piano all'uscio della camera. Pompeo si alzò a un tratto, indietreggiando sbigottito, e tese l'orecchio: sperava di essersi ingannato; ma dopo un poco udì picchiare di nuovo e più forte.
—Chi è là! Aiuto!—gridò allora, tutto tremante.
—Sono io, signor Pompeo,—- rispose una vocetta stridula, sottile.