—Anche se si restasse qui fino a domani, non vi potrei dare un soldo di più!
—Eppure chi mi ha diretta a quest'Agenzia mi aveva consigliato di parlare col signor Barbarò, assicurandomi ch'egli mi avrebbe fatto ottenere le maggiori facilitazioni.
—Il signor Barbarò non c'entra con noi!—esclamò la Veronica, arrossendo leggermente.
—Ma per altro, se lo dicessi il nome della mia signora,—soggiunse la donnicciuola titubante, e abbassando la voce,—forse... anche lei, non sarebbe tanto ostinata!
—E ditemi, alla malora, chi è questa vostra signora, e spicciatevi!
Erano sole nell'Agenzia, ma pure la vecchietta si sentì presa da tanta vergogna nel dover proferire quel nome in un luogo sì abietto, che allungò il collo quanto più potè sopra il banco, per dirlo in un orecchio alla signora Veronica. Questa, uditolo appena, trasalì con un moto di maraviglia e di contentezza, e presa tosto la miniatura, la nascose in un cassetto del banco che chiuse a chiave.
—Perchè non dirlo subito,—esclamò,—benedetta donna!—Poi le domandò piano, ma con un fare più garbato:—Siete contenta di trenta fiorini?
—Faccia lei... come crede!—rispose l'altra sbalordita dall'effetto ottenuto e che superava di molto anche la sua aspettazione.
La signora Veronica tirò fuori da un altro cassetto, pure chiuso a chiave, una ciotola di bossolo piena di monete; contò i trenta fiorini, facendone tre gruppetti che posò dinanzi alla vecchia. Indi preso un grosso libraccio, ch'era in fondo al banco, lo aprì, ne levò la carta sugante, intinse più volte in un calamaio di legno nero rotto e smozzicato la penna d'oca, e cominciò a scrivere adagio la data di quel giorno, con una scritturaccia grossa e stentata: "Milano, li venticincue Febrajo 1859:" poi si fermò a un tratto e alzando gli occhi domandò se doveva mettere il nome della signora.