—No, no!—rispose la donna vivacemente.—Metta il mio; metta il mio. Filomena Beltrami!
La florida signora Veronica seguitò a scrivere, accompagnando con una smorfia della bocca gli sforzi delle dita aggranchite. Quindi strappò dal registro la polizza, ci buttò sopra il polverino la piegò e la consegnò alla Filomena che, intascati i bei fiorini nuovi, se ne andò via difilato senza fare altre chiacchiere. Ma scesa la scalaccia buia (l'Agenzia era al primo piano) e passata appena la soglia di quella casa sospetta, si voltò indietro paurosa, quasi dubitasse d'essere spiata.
Poco dopo che la Filomena fu uscita dall'Agenzia vi entrò un omiciattolo dall'aspetto tra il sensale e il cavalocchio, ed anche lui, colla sua aria sospettosa, dava a divedere chiaramente che non desiderava punto di essere osservato mentre infilava il portone di quella casa. Egli, per altro, non salì al primo piano, ma invece attraversò il piccolo cortile buio, a cui non giungeva nemmeno la fioca luce del lampioncino appeso a piè della scala; si fermò dinanzi a un uscio coll'imposta a vetri; cavò una chiave di tasca, lo aprì, lo richiuse, e curvandosi cercò a tastoni, presso la porta, la scatola dei zolfanelli e il candeliere con un mozzicone di stearica. Lo accese, e lo posò sopra un vecchio scrittoio che era lì presso, tutto ingombro di libri vecchi e di cartacce unte e polverose.
—Ohè! la Veronica deve far affari stasera,—mormorò levando dal taschino del panciotto un oriuolo a cilindro attaccato a un grosso catenone d'oro con un gran mazzo di ciondoli che tintinnavano ad ogni suo movimento.—Son le otto e mezzo, e non è ancora scesa!
Allora si sdraiò in un seggiolone ch'era accanto allo scrittoio, coperto di stoffa rossa così logora, che ne usciva la stoppa della imbottitura. Egli pareva stanco e si alzò un poco il cappello a tuba sulla fronte, ma non se lo levò: nella stanza si sentiva il frescolino umido dell'aria colata.
L'omiciattolo, dopo aver aspettato un poco, prese un lapis, fece un conticino in fretta in un angolo d'un di que' libracci affastellati sullo scrittoio, poi tornò a sdraiarsi sulla poltrona e continuò a fare de' conti mentalmente, rodendosi, coi denti guasti e radi, l'unghia del pollice.
Quello stanzone era il magazzino di deposito, e insieme l'ufficio interno dell'Agenzia. Anch'esso aveva le pareti guarnite di scaffali di legno tinto, pieni di sacchetti coi cartellini numerati, come nella bottega del primo piano; e allo scarso lume della candela, e fra un'enorme quantità di roba accatastata, apparivano qua e là, di mezzo al buio, l'angolo dorato di un mobile antico, o il fondo lustro di una casserola di rame o il bianco sudicio d'un monte di coperte di lana.
Ma l'omiciattolo doveva conoscere bene tutta quella roba, perchè non fermava punto l'occhio ed invece, finito ch'ebbe d'almanaccare co' suoi conti, tornò a guardare l'orologio.
—Per bacco! Son quasi le nove!—e fece atto d'alzarsi; ma subito si riadagiò sulla poltrona esclamando:—Finalmente!... Eccola che viene!