Pompeo si sentiva anche lui un po' commosso, e cercava, istintivamente, di trovare nella colpa dell'orefice una ragione per vincere la molestia di quel suo turbamento.
—Rubato? Chè! È l'orefice del Gobbo d'oro.... Un fior di galantuomo,—rispose il mercante.
—E allora, diavolo, perchè lo mettono dentro?
—Perchè?... perchè non c'è giustizia per i minchioni! Quel bonuomo è stato la vittima di certe canaglie di cui per disgrazia s'era troppo fidato: imbroglioni, usurai, strozzini; ma, sa, di quelli che marciano in carrozza! Gli hanno mangiato tutto il suo e anche la dote della moglie, e adesso, dopo averlo costretto a fallire, lo mettono al fresco in gattabuia.
—Per altro, bisognerà vedere....
—C'è poco da vedere, giovinotto! Il mondo, oggi, cammina alla rovescia, e sono i ladri quelli che fanno mettere in prigione i galantuomini.
—Ma....
—Ossia, i galantuomini son coloro che sanno rubare molto e bene.
Intanto gli strilli ed il rumore non si udivano più: le guardie, coll'orefice, la donna, il bambino e tutta la folla erano sparite dalla piazza.
Ma pure l'impressione di quel tristo spettacolo rimaneva viva nell'animo di Pompeo. Più che esser commosso per le disgrazie dell'orefice del Gobbo d'oro, egli provava dentro di sè un senso nuovo, indefinibile, di malessere; come la paura vaga che in un avvenire lontano gli potesse accadere qualche cosa di simile.