—Filomena! Filomena!—con quanto fiato aveva in corpo, e finchè non vide affacciarsi alla ringhiera della scala la sua vecchiarella.
—Ricordati prima di andare ad ordinare il dolce, di accendere le stufe!—E siccome in quel momento c'era una casigliana che saliva le scale, si mise a gridare più forte:
—E se viene mia cugina, la marchesa di Collalto, che aspetti, che le ho da parlare!—Poi scese a precipizio, guardando dall'alto in basso quella che saliva, e uscì superba e impettita nel suo vestito nero moiré, che dovea significare il lutto per la patria.
In quello spazio di tempo dal 1848 al 1859 il patrimonio degli Alamanni era andato in rovina. L'Austria aveva confiscato tutti i loro beni. Giulio Alamanni, condannato a morte e graziato sul palco, dopo aver assistito al supplizio de' suoi compagni di eroismo, era morto allo Spielberg. Francesco Alamanni, rimasto a Londra fino al 1857, era tornato in Italia per prender parte alla gloriosa e infelice spedizione di Carlo Pisacane; e adesso viveva a Torino. Anche Francesco Alamanni (come intendeva fare il fratello suo) prevedendo la confisca si era provvisto, prima di esulare, di una forte somma di danaro. Ma i soccorsi da lui prestati, con vera larghezza di cuore, ad altri esuli più bisognosi, e le sovvenzioni ai comitati rivoluzionari lo avevano ridotto ben presto a dover vivere del proprio lavoro. A Londra aveva dato lezioni d'italiano, ora a Torino le dava d'inglese; e colla sua operosità, oltrechè a provvedere al proprio sostentamento, riusciva a mandare ogni mese a Milano qualche soccorso per la sua nipotina, la figliuola di Giulio e di Lucia.
Il governo austriaco, appena confiscato il patrimonio degli Alamanni e messovi un curatore nella persona dell'I. R. consigliere Carlo Spinelli, aveva concessa all'orfana una tenue pensione; ma, quando quella sostanza amministrata come si usava in tali casi, si andò caricando di debiti e i fondi finirono coll'esser messi all'asta, la pensione venne subito sospesa, e Donna Lucrezia non riusciva più a ottener nulla dallo Spinelli. Allora dovette adattarsi a tirare innanzi alla meglio aspettando i soccorsi che il proscritto le mandava da Torino, e sovvenuta, anche da certi suoi cugini ricchi e buoni, i quali, ad onta delle disgrazie e della miseria della vedova, seguitavano a mantenere viva l'amicizia con lei e a voler bene alla piccola Mary. Quest'ultima viveva con la Balladoro chiamandola zia in segno d'affetto, ancorchè fosse soltanto una lontana parente.
E la rabbia di Donna Lucrezia contro il curatore si risvegliava specialmente dopo i deliziosi pranzetti che faceva di tanto in tanto col poeta del Ponte dei Sospiri. Rossa, eccitata dalla passione, dalla digestione e dal caldo del salotto essa evocava, mentre il suo caro tisicuccio sorbiva il punch, le memorie e gli splendori di Casa Balladoro, e enumerava le afflizioni e i patimenti del presente martirio. Così infiammandosi a vicenda finivano poi sempre col fare un brindisi all'Italia libera e coll'inveire insieme contro qualche nuova angheria commessa dal governo a danno della piccola Mary; angheria contro la quale ci sarebbe stato da protestare giudizialmente.
—Andrò domattina! Andrò domattina da quello scimmiotto incravattato, e gli dirò il fatto mio fuor de' denti!...—Cosa che, del resto, dovea riuscire assai facile alla Signora che di denti ne avea pochini assai.
Per lo Spinelli erano una vera calamità le visite della vedova brontolona, e se le cose non fossero cominciate ad andar male per chi, come lui, mangiava il pane del rinnegato, l'avrebbe mandata, senza tanti complimenti, a carte quarantotto. Ma invece l'alleanza della Francia col Piemonte e la minaccia della guerra vicina gli mettevano la paura addosso, e però soffocava la stizza cercando di amicarsi quelle persone che in caso di rivolgimenti gli avrebbero potuto giovare. E con Donna Lucrezia, la parente degli Alamanni, la tutrice della piccola Mary che avea perduto il babbo allo Spielberg, si mostrava singolarmente affabile e buono, e se non le dava quattrini, erale largo almeno di consigli e di profferte.
Quella mattina in cui la Balladoro, dopo aver ordinato alla Filomena il dolce di crema, era andata dallo Spinelli, questi era turbato assai. Aveva appunto allora finito di leggere la Gazzetta di Milano e le ultime notizie gli avevan messo un grande sgomento addosso.
L'Imperial Regio Consigliere era solo nel suo studio; e buttata la Gazzetta, con dispetto, sullo scrittoio, passeggiava in su e in giù brontolando, cogli occhiali d'argento rialzati sulla fronte, colla lunga palandrana di panno turchino che gli ciondolava sulle gambe e col cravattone bianco tutto storto, altro indizio di gran burrasca.