Desiderava, desiderava con una smania crescente e cocente che la marchesa diventasse tanto vecchia e tanto brutta, da non poter più piacere nè a lui, nè a nessuno.
—Certo, certo; e si vede che il bell'Andrea ha voluto piantarla a tempo.
E sghignazzava rodendosi i baffetti sempre più radi, che lasciavano scorgere di sotto, sulla pelle, l'unto del cerone nero. Ma erano consolazioni che non attaccavano, ed anzi ogni volta che vedeva la marchesa, sempre più bella nella sua pallidezza abbagliante, gli cresceva la febbre. Poi, come tutto ciò non bastasse, venne a sapere che Andrea Martinengo non solo non l'aveva piantata, ma che era stato visto un giorno a Gallarate, mentre a Somma c'erano gli esercizi militari.
—Canchero!... E noi ci facciamo tosare come pecore per mantenere questo bell'esercito di Florindi!
Allora, vieppiù smanioso, il signor Pompeo mutò registro, e invece di cercar conforto, pensò al modo d'imporsi subito alla marchesa, di riagguantarla, ma tanto forte che non gli sfuggisse più; e per ciò stimò opportuno di trar partito dalle cambialette che c'erano alla Banca. In fatti alla loro prima scadenza non fece concedere la rinnovazione dal Comitato di Sconto, in cui c'era una sua creatura; le cambiali furono protestate, e allora Pompeo Barbarò scrisse subito una lettera di gran premura alla marchesa Angelica mettendola a parte dell'accaduto, e in pari tempo assicurandola che avrebbe parlato lui stesso col direttore della Banca perchè non si procedesse oltre cogli atti.
Ma il tiro non gli riuscì. Angelica, appena ricevuta la lettera del signor Pompeo, era corsa a Milano dallo zio Diego, implorando e supplicando il suo aiuto, e siccome la somma delle cambiali, relativamente grossa per i Collalto, non era poi gran che per il marchese Diego, e siccome, per di più, non c'era da scomodarsi a tirar fuori quattrini, ma soltanto da firmare... firmò, per avallo, e il Comitato di Sconto dovette rinnovare le cambiali facendo solo rimborsare alla Banca le spese del protesto.
Il Barbarò allora, fuor di sè dalla rabbia, vedendo di non poter far nulla contro la marchesa volle almeno sfogarsi contro qualcuno, e prese di mira il povero Giulietto.—Gli voleva resistere anche lui, quell'asinaccio?...—Ebbene, avrebbe pagato lui per tutti!...
E cominciò a mettersi in sul grande, a fabbricare, e spendere, anche in opere pubbliche. Diceva a tutti che era stufo di suo figlio, e che non potendo diseredarlo avrebbe fatto in modo che alla sua morte non gli restasse nemmeno un soldo. In breve fra i banchieri, fra i borsisti, fra tutta la gente di affari della gran piazza di Milano, non si parlò più altro che delle grandi spese del deputato Barbarò. Il suo credito, ormai, era assicurato anche moralmente; la sua potenza formidabile. Nessuno osava più di opporglisi; persino il Cammaroto avea dovuto soccombere. Il Barbarò, aiutato anche in ciò dallo Zodenigo, avea potuto comperare di sotto mano la Colonna di fuoco dall'editore che, giusta il contratto, avea subito mandato a spasso l'antico direttore. Il Cammaroto strillò come un ossesso, scagliando anatemi; la signora Apollonia, un giorno che incontrò l'editore sulla porta, gli si avventò contro coprendolo di vituperi e facendo l'atto di pigliarlo per il collo; poi fondarono insieme, "La Sferza di Gerusalemme" colla quale volevano scacciare i trafficanti dal tempio della verità. Ma La Sferza di Gerusalemme fu sequestrata quattro volte in una settimana; fu intentato un processo al direttore, al gerente del giornale, e alla signora Apollonia, come comproprietaria. La Sferza, in seguito a ciò, sospese le pubblicazioni, e Salvatore Cammaroto, minacciato dal fallimento, perseguitato dai carabinieri, dovette scappare in Isvizzera colla sua signora, e coi pochi quattrinelli che gli aveva potuto procurare il buon Peppino Casiraghi... il solo amico rimastogli fedele nella sventura.
Intanto, mentre il padre Salvatore passava il confine, il deputato Barbarò, a cavallo alla sua cassa forte, passava di trionfo in trionfo. "Il delatore del quarantotto" il proprietario dell'Agenzia dei prestiti sopra pegni di via del Pesce, "il mercante di Pellagra" e tutto il resto, non erano più altro oramai che frasi stantie, che non era più di buon genere il ripetere. Appartenevano ad una specie di leggenda inventata sul conto del Barbarò dall'odio e dall'invidia dei falliti e degli spiantati. Ma le persone serie e solide, erano tutte per lui. L'antica diffidenza era scomparsa, lo cercavano, lo accarezzavano, lo stimavano... tanto lo stimavano, che nessuno credeva facesse sul serio quando andava dicendo che voleva dar fondo ai suoi milioni. Chè! Chè!... Il deputato Barbarò non era un minchione, anzi a guardarci bene si vedeva che faceva sempre un affare, anche nelle opere di beneficenza: e questo era il gran talento degli uomini moderni; degli uomini all'americana: associare il bene altrui all'utile proprio.
In fatti si era messo a restaurare Panigale, a ridurre come una reggia quella sua villa... ma per tal modo faceva lavorare la gente del collegio, e raffermava la propria autorità, assicurandosi la rielezione; e per lui, grosso banchiere, sempre in mezzo ai grandi affari, l'essere deputato, oltre all'ambizione soddisfatta, gli portava un utile assai rilevante. S'era mosso a iniziare i lavori per un canale, che prendendo l'acqua dall'Olona doveva irrigare una vastissima zona di territorio... ma egli pure, col nuovo canale, quadruplicava, sestuplicava il valore dei fondi che aveva acquistati per poco o niente, e in grazia di quest'impresa colossale "che dovea emulare" scriveva lo Zodenigo nel Moderatore "le grandi opere Romane" era stato creato commendatore... e si buccinava che, presto o tardi, lo avrebbero fatto conte o marchese di Panigale.