—Sta sicuro.

—Alle dodici il Vacchetti (io potrei dirti anche quante volte si soffia il naso in un giorno) alle dodici va sempre dal Campari a bere l'amaro....—Basta che non lo faccia bere anche a noi l'amaro!

Giulietto sorrise a denti stretti.

—....A casa sua,—continuò Clementino,—non si trova altro che alle due. Ci vado alle due in punto, gli lascio la cambiale, torno alle cinque per i danari, alle sei ci troviamo dall'Hagy, ti snocciolo la sommetta (tu preparami la ricevuta, per ogni buon conto) e... ricordati che sei stato Garibaldino, dunque... niente paura! Vorrei averla io la tua firma, principe ereditario di tutte le Californie e del Perù!

Rimasto solo, Giulietto Barbarò si diede una fregatina di mani. Era salvo. Ormai... niente paura, come aveva detto l'amico Clementino. Prima il signor Vacchetti, poi la signora Amalia di Via Torino, poi in caso disperato la Banca cooperativa fra gli agenti e i commessi di negozio. E dal presente che si rischiarava, Giulietto intravide l'avvenire pienamente sereno. Colla signora Amalia avrebbe pagato il Vacchetti, colla Banca avrebbe pagato la signora Amalia, poi sarebbe ritornato da capo, e l'uno avrebbe servito per riempiere il buco fatto coll'altro.

—Se Dio vuole non mi troverò più coll'acqua alla gola!—Che amico, che amicone, quel Clementino Scettola!

La gioia, come succede in tutte le persone buone, gli si tramutava in altrettanta tenerezza. Scappò a casa, dalla Mary, ma dietro via si fermò a comperarle un cartoccio di dolci.

Cara, tanto cara, quella sua donnina! Era un angelo, una santa, era tutto il paradiso!... La baciò, la ribaciò cogli occhi raggianti, chiamandola con tutti i nomi più teneri, e finalmente, dopo infiniti preamboli, le raccontò la fortuna che gli era capitata, facendole grandi elogi dell'amico Clementino.

—Bada,—gli osservò la Mary, che stentava ad infervorarsi,—bada che questo Vacchetti, non sia poi uno strozzino!