—Un po'... sì; ma coi guanti. Non tratta altro che con persone della più alta nobiltà; con tutti quelli del club,—e per rassicurarla meglio, le raccontò l'affare dell'ufficiale di Savoia cavalleria.
Mangiarono insieme una caramella fra due baci, poi il buon Giulietto corse in cucina dalla Filomena, per regalare un dolce anche alla vecchiarella, poi volle vedere il bimbo, gl'impiastrricciò il bocchino di rosolio, e infine domandò alla moglie se aveva scritto alla marchesa Angelica "un angelo proprio vero" e le raccomandò di fare un po' di festa anche alla zia Lucrezia.
—È una balorda, ma non è cattiva!
Insomma, a sentir Giulietto, eran diventati tutti buoni, e il mondo, a differenza del dì innanzi, non era più un mondaccio cane, e ci si poteva stare passabilmente.
—Sì, sì, tutti buoni, ma nessuno per altro come la mia Mary... la mia Meretta... la mia Meruccia... la mia Merinòli!...
In cassa c'erano ancora cinquanta franchi; Giulio li prese tutti con sè prima di uscire, e quando ritornò per il pranzo ne aveva spesi quindici dalla Laforet per portare un paio di guanti, lunghissimi (allora una primizia della moda) alla sua mogliettina bella!... e sotto la Galleria De-Cristoforis ne spese altri cinque per comperare un cavalluccio di gomma elastica al suo bimbo. Quel giorno il desinaretto fu una vera festa, e la Filomena, ogni tanto, compariva sull'uscio col viso ridente fra le grinze e i ricciolini bianchi, per ricrearsi l'animo anch'essa.
C'era tanto bisogno di un po' di buon umore!
Il giorno dopo Giulietto arrivò tardi all'ufficio. Continuava a fare e a rifare il conto dei debitucci che voleva pagare colle due mila lire che gli sarebbero rimaste dopo ritirate le cambiali, e quello delle varie spesette che aveva in mente. Ma ogni volta diminuiva la somma destinata al saldo dei debiti, e arrotondava quella delle spese.
—E... e se il Vacchetti non fosse a Milano?
Giulio, a questo pensiero, si sentì venir freddo, tanto più che ormai non aveva in tasca altro che dodici lire.