—Quasi una settimana da aspettare... È troppo tardi. E... e quella signora Amalia di Via Torino?

—Andiamoci subito: se li ha, li dà.—Figurati; a uno che si chiama Barbarò!...

—Allora non gli avrà,—mormorò l'altro con tono lugubre.

Clementino si cacciò il cappello in testa con un pugno, e poi giù di corsa per le scale, con Giulietto dietro, pallido, ammusato, che continuava a borbottare.—Allora non gli avrà, allora non gli avrà,—ma sempre colla speranza, la speranza è l'ultima che si perde, di sentirsi rispondere il contrario.

La signora Amalia di Via Torino era una donnetta ancora giovane e abbastanza piacente, ma col viso imbellettato e le sopracciglia dipinte. Faceva un po' la sentimentale, un po' la sensitiva, arrossendo con smorfiette pudibonde ai complimenti di Clementino.

Quando sentì la cifra che i due le domandavano, sospirò, alzò gli occhi al cielo, e premendosi le mani sul cuore, mormorò languidamente:

—Otto mila lire?... Otto mila lire?... Oh pazzarello, pazzarellone! Ma come vuole che una poveretta, con tante disgrazie,—e la signora sospirò di nuovo, e di nuovo gemette,—possa disporre... ma è una dote, un patrimonio, ottomila lire!

Clementino non si lasciò battere dai gemiti e le presentò il suo amico, il quale "per un caso, di quelli che succedono a tutti nella vita, si trovava, al momento, in bisogno di poche migliaia di lire. Il signor Giulio Barbarò."

—Barbarò!—esclamò la signora Amalia, con un lampo di cupidigia negli occhi.—Sarebbe forse parente del....