Quanto poi a Donna Lucrezia, era un nuovo tormento, invece di un aiuto.

La Mary era costretta colla zia a fingere di essere sempre allegra, se no le piovevano prediche e strapazzate, che non finivano mai. Si sentiva dare della testarda, della mata senza cuor, perchè non voleva fare quell'atto di sommissione, doverosa per una fia, che l'avrebbe ricondotta ad occupare, colla sua famiglia, la prima posizion di Milano!

—In fin dei conti, anche il mondo vol la sua parte, e il mondo ormai s'inchina tutto quanto dinanzi al Commendator, e come se questo non bastasse, anche re Vittorio in persona, el ga stretto la man!... E ricordati, creatura benedetta, che se anche il governo l'è birbon, il re, è sempre il gran re dei galantomini!

E ciò era verissimo. Mentre la soffitta di Giulio e della Mary si faceva sempre più misera, Panigale riempiva i giornali e le bocche dei Milanesi.

In quei dintorni era stata fatta una finta battaglia da un corpo d'esercito, in presenza di Vittorio Emanuele, che per assistere più da vicino alle operazioni militari, abitò due giorni nella Villa del deputato di Panigale.

Vittorio Emanuele non avea mai sentito parlare di Pompeo Barbarò, ma era stato subito informato dagli aiutanti della straordinaria ricchezza del suo ospite, e avendolo invitato a colazione, scherzando con lui, che impacciato non sapeva infilar due parole, gli disse con quella sua bonarietà, finamente sarcastica, di re democratico:

"Mi i soun un re ch'a ubidiss; ma chiel coun i so milioun a l'è un re ch'a coumanda!..."

Per il ricevimento e per la visita reale, Pompeo Barbarò avea speso 50 mila lire, che diventarono 100 e 150 mila nei discorsi della gente. Ed anche il dottore del buon Giulietto ne era rimasto impressionato, tanto da dar pienamente ragione a Donna Lucrezia, e torto marcio alla Mary.