Il prossimo matrimonio di Angelica e di Andrea era già l'argomento del giorno nei vari discorsi dei conoscenti; ma ancora nè Angelica nè Andrea volevano accettare le congratulazioni. Per tale riserbatezza c'erano due ragioni del pari importanti: una di convenienza, perchè avevano fissato di aspettare che fosse compiuto l'anno di lutto prima di partecipare il matrimonio; l'altra di opportunità, non potendo ancora sapere quando si sarebbero maritati. Nè la marchesa, la cui piccola dote si poteva toccare, nè il Martinengo, che aveva solo la sua paga di maggiore, si trovavano in istato di poter fornire la cauzione. Per questo Andrea avea combinato, d'accordo colla marchesa, di dare le proprie dimissioni e di ammogliarsi appena avesse ottenuto, mediante il suo titolo d'ingegnere, un buon impiego alle strade ferrate. Intanto aspettavano tutti e due, volendosi ogni giorno più bene. Andrea avea chiesta l'aspettativa per ragioni di famiglia, e si era stabilito anche lui a Nuvolenta, vicino a Gallarate, nella stessa casa abitata per tanto tempo da Giulietto Barbarò. L'impiego alle strade ferrate non gli poteva mancare, nè doveva tardar molto a venire, tenuto conto della capacità di cui aveva dato prova, della grande stima che godeva nell'esercito, e delle sue aderenze personali. La felicità dei due amanti era dunque sicura, e il suo compimento non presentava ostacoli; era appena questione di un po' di tempo. Nessuno poteva impedire il loro matrimonio, proprio nessuno, nemmeno lo zio Diego, che, potendo, lo avrebbe fatto molto volentieri.

—La marchesa di Collalto diventare la moglie di un impiegatuccio alle strade ferrate?!... Diventare la signora Martinengo, tout-court!... Era più che una mésalliance, era una dégringolade!... E non soltanto per il decoro del nome, il marchese Diego era irritatissimo, ma anche perchè temeva che i soldi dell'impiego fossero scarsi, e toccasse a lui, a metter mano alla borsa.

Quel matrimonio lo faceva diventar verde come i suoi capelli, e al club gli amici, quando volevano divertirsi alle sue spalle, glie ne facevano le congratulazioni. Allora il marchese montava in bestia, dava del babbuino al Martinengo, e della romantica sventata alla nipote.

—Che bisogno c'è di maritarsi?... Non era libera?... Non poteva fare tutto quel diavolo che voleva, senza impitoccarsi cogli impieghi?—E a chi, in proposito, gli citava la virtù, riconosciuta da tutti, della marchesa di Collalto, il vecchio filosofo rispondeva con un'alzata di spalle:

—La virtù?... Che virtù!... La virtù che apprezza il mondo è una sola, e consiste per gli uomini nell'aver quattrini, e per le donne nell'aver prudenza.

Ma poi, visto che l'arrabbiarsi e il gran predicare non portava nessun frutto, anche il marchese Diego si stancò, Non voleva perdere l'appetito, tanto più che lo stesso Stefanuccio sembrava contento, e invece di gridare cominciò a sfogarsi burlandosi della nipote, chiamandola la signora Guarda-freno, raccomandandole di non mostrarsi troppo alla stazione, perchè avrebbe fatto perder la testa agli impiegati, e accresciuto il numero degli scontri.

In quanto a Stefanuccio, per altro, non era vero che fosse contento del matrimonio di sua madre; non gliene importava un fico. Per il Martinengo aveva la considerazione e il rispetto disciplinare che un allievo professa ad un maggiore di artiglieria: null'altro, e nulla più.

Il giovane scapestrato aveva ben altro in mente che il matrimonio di sua madre. Fra i debiti, i cavalli, il giuoco, le ballerine e la Scuola, era affaccendato tutto il giorno e tutta la notte, sempre colla testa sossopra, sempre in moto, sempre in ansia, trascurando la Scuola per rimediare ai debiti, dimenticando i debiti dietro le donne, trascurando le donne per i cavalli.

Ma se i debiti egli li dimenticava, v'era bene chi li ricordava per lui, e fra gli altri un omino piccolo, colle gambette storte ad arco, il viso da vecchietto e gli occhi loschi. Costui, col cilindro lustro e il grosso catenone d'oro dei giorni d'affari, era seduto a un tavolino del caffè Florian, coll'aria di chi vi aspetta qualcheduno. Ma il qualcheduno aspettato tardava a mostrarsi, e l'omino domandò a un cameriere se sapeva dove abitava il marchese Stefano di Collalto.

—Sissignore: abita in Piazza Vittorio Emanuele, numero 36.