Il signor Bianchi, col cappello in mano, gli fece un inchino umilissimo.
—Il signor marchese... non mi conosce di certo....
—No, non mi pare.
—Oh, io invece ho avuto l'onore di ammirarla spesso al Valentino a cavallo, e poi in Piazza d'Armi....
—Sarà benissimo!—rispose l'altro seccamente, squadrandolo d'alto in basso, e tenendolo in piedi, presso l'uscio. Il marchesino, dal preambolo, dubitò subito di aver a che fare coll'inviato di un suo creditore.
Invece, l'omino, era proprio un creditore in persona. Sempre col cappello in mano e sorridente, il signor Bianchi levò di tasca un grosso portafoglio, e dal portafoglio, con due dita, una cambiale che dopo fatto un altro inchino, presentò al marchese. Questi guardò alla sfuggita verso l'uscio del gabinetto di toeletta, poi invitando il signor Bianchi ad accomodarsi, gli tolse di mano il cappello che posò sopra una seggiola.
—Oh troppa bontà....
—Saperlotte! L'avevo dimenticata!—esclamò il marchesino dando un'occhiata alla cambiale. Poi calando il tono della voce per non farsi sentire nell'altra stanza:—Senta,—continuò,—non si potrebbe rinnovarla, per qualche giorno? Sono agli arresti, capisce, e non mi posso muovere, non posso provvedere.
—Si figuri!... Se dipendesse da me!... ma io, in questo caso, non fo altro che rappresentare il barone Castagneto di Genova; una persona stimabile quasi quanto vostra eccellenza, e che me l'ha girata per l'incasso... solamente per l'incasso.
—E...—l'altro sorrise facendo l'occhietto al signor Serafino, come usava colle donne quando voleva essere irresistibile,—e... non si potrebbe telegrafare a Genova?...