II.

Il giornale Il Moderatore aveva già cominciato, in breve tempo, a diffondersi e ad accreditarsi, e il merito di questo buon successo spettava in parte anche al professore Eugenio Zodenigo che, caso raro, era un uomo saggio e fortunato. In fatti, se la fortuna, più che altro, lo aveva messo a capo di un giornale, vi rimase poi, acquistando ogni giorno maggiore autorità per solo merito della propria prudenza.

Col trascorrere degli anni, mentre si inaridiva nel professore Eugenio la fonte poetica, due altre fonti invece, e assai più proficue, cominciarono a scaturire nel suo individuo: quella dell'agitatore elettorale, e l'altra del buon amministratore.... cioè di colui che per fas o per nefas riesce sempre a trovar danari quando gli abbisognano.

Ora, appunto come agitatore elettorale, egli aveva contribuito efficacemente alla rielezione dell'onorevole Silvio Caldarelli, uno dei comproprietari del giornale Il Rinnovamento, in cui lo Zodenigo era scrittore per la parte letteraria, e cronista. Tale rielezione pareva in sulle prime assai pericolante, per ciò il Caldarelli non solo fu grato al Professore del servizio prestatogli, ma lo prese a ben volere e quando, in seguito ad alcune divergenze nelle opinioni politiche, il Caldarelli uscì dal Rinnovamento per fondare il Moderatore, chiamò presso di sè lo Zodenigo, e lo fece amministratore di fatto e direttore di nome del nuovo giornale.

Silvio Caldarelli era uno degli uomini più onesti e simpatici della vecchia Destra; uno di coloro che avrebbero potuto far valere, e non avevan fatto valer mai, tutta una vita spesa in pro del proprio paese. Ma fra molte doti singolari c'era in lui anche un grosso difetto: il codino dell'oggi conservava, come Francesco Alamanni, la buona fede, l'ingenuità, gli entusiasmi dell'antico mazziniano. Pessimista in teoria, era ottimista nella vita pratica, e tutti gli altri giudicava da sè stesso... compreso lo Zodenigo.

Tuttavia, col tempo, e specialmente dopo certi elogi del signor Barbarò apparsi nel Moderatore, il brav'uomo cominciava a modificare un poco la propria opinione sul conto del Professore... quando, improvvisamente, morì a Roma di tifo, e così il giornale restò in piena balìa dello Zodenigo che lo fece uscire per tre giorni listato di nero, e che cominciando a mostrare la sua abilità di buon amministratore, mentre il cadavere era ancor caldo, e la commozione degli amici più viva, raccolse alcune migliaia di lire per pagare certi debiti del Moderatore di cui nessuno prima d'allora aveva mai sentito parlare, e che Silvio Caldarelli, sebbene fosse morto, com'era sempre vissuto, poverissimo, non si era mai sognato di fare.

Eugenio Zodenigo aveva subito compreso che il Moderatore poteva diventare nelle sue mani una fattoria e che il Caldarelli morto gli poteva giovare fors'anche più che vivo. Per ciò si pose con grande impegno a sostenere la parte dell'amico e del discepolo dell'illustre defunto, pretendendo di aver diritto alla proprietà del giornale, come alla eredità politica e morale del compianto fondatore. Ma (e qui mostrò la sua saggezza) diventato proprietario e direttore assoluto del Moderatore, lo Zodenigo continuò a lavorare molto nell'amministrazione e pochissimo nel giornale, dove di suo pubblicava solo di tanto in tanto, nei periodi delle elezioni politiche ed amministrative, alcuni brevi e succosi articoletti, dalla punta avvelenata, di cui egli aveva la specialità. Del resto se non scriveva nel giornale lo leggeva però sempre, e tutto, attentamente, per assicurarsi che non contenesse nulla che potesse urtare contro gli interessi dell'amministrazione, sopprimendo qua e là qualche aggettivo, aggiungendo all'occorrenza qualche elogio o qualche biasimo, accorciando o arrotondando qualche periodo. Chi scriveva da capo a fondo, chi faceva tutto il Moderatore, versandovi la parte migliore del suo sangue sano e rigoglioso, era il dottor Nicomede Carpani, il redattore-capo; uno di quegli uomini rari che intendono il giornalismo davvero come un sacerdozio, e che al trionfo dei principii e degli ideali sacrificano interamente la propria persona, nulla domandando, nulla volendo per sè.

E anche Nicomede Carpani, con tutto il suo ingegno e la sua scienza, era un uomo di ingenua buona fede. Sempre sprofondato nel lavoro, colla vita esteriore limitata al pezzo di strada che faceva due volte al giorno dall'ufficio del Moderatore alla sua cameretta al quarto piano del Corso Garibaldi, non aveva nè tempo nè modo di fermarsi a osservare e a studiare chi lo toccava più da vicino. Egli che conosceva a fondo la mente, la vita, il valore di tutti gli uomini politici più notevoli, non conosceva ancora lo Zodenigo, il suo direttore. Sapeva bene che era un uomo più di apparenza che di sostanza, ma lo reputava un galantuomo dal momento che era stato l'amico del "compianto Caldarelli." Riconosceva che possedeva in sommo grado il tatto e il sussiego dell'uomo politico, e ciò pensava che tornasse utile al giornale e conveniente al partito; onde lo serviva sgobbando in vece sua, giorno e notte, e gli dava autorità e riputazione col proprio lavoro, vivendo miseramente col magro stipendio che riceveva a spizzico, mal vestito, mal nutrito, facendo colazione sul tavolino dell'ufficio, fra le bozze da correggere, soltanto con un pezzo di pane e una fetta di salame, mentre il direttore stava due ore al Caffè Cova a rinforzarsi lo stomaco con buoni beefsteaks à la Chateaubriand, e a godersi l'ammirazione e il rispetto della gente dabbene.

Però ben presto, quantunque il Moderatore continuasse a prosperare, lo Zodenigo invece, appunto per la vita da signore che menava, e per le spese proprie del giornale, tornò a trovarsi colla cassa vuota. Appena morto Silvio Caldarelli egli aveva chiamato a raccolta gli uomini del partito, formandone una società di azionisti, la quale aveva versata una certa somma che secondo i preventivi doveva assicurare la vita al giornale almeno per tre anni... Ma invece, come quasi sempre succede in simili casi, tutto il capitale era già sfumato allo spirare del primo.

Che fare?... Lo Zodenigo tornò a picchiare alla porta dei soliti amici, e ricordando i meriti e le virtù del compianto Caldarelli, "il suo secondo padre, il suo maestro," domandò un nuovo versamento, "perchè il Moderatore, che poteva chiamarsi il suo testamento politico, che era uscito direttamente dal pensiero e dal cuore di Lui.... non dovesse sospendere, dopo tanti sacrifici, e dopo l'ottimo frutto ottenuto, le sue pubblicazioni." E a forza di chiacchiere, di promesse riuscì ancora a racimolare una discreta sommetta... ma appena sufficiente per i bisogni del momento, mentre nella testa del professore Eugenio andavano formandosi nuovi disegni di splendidi allettamenti e migliorie da introdursi nel giornale per invogliare il pubblico ad abbonarsi essendo prossima la fine dell'anno. E pensava di ampliare la tipografia, e avrebbe voluto acquistare una macchina celere di ultimo modello che, rendendo più sollecita e meno costosa la tiratura, gli dovesse assicurare un vantaggio notevole sopra gli altri giornali e un nuovo slancio nella diffusione.