—Benissimo! Benissimo!
—Le condizioni sono presto dette.—E il signor Bianchi tacque un momento, per dar più importanza alle parole, mentre l'altro aspettava con ansiosa irrequietezza.
Il grosso banchiere di Livorno, per sua propria garanzia, voleva essere il solo creditore del marchese Stefano di Collalto. Però, colle sessantamila lire, il marchese Stefano di Collalto doveva pagare tutti gli altri suoi debiti, e sottoscrivere una dichiarazione in piena regola, colla quale si obbligava a non firmare nessun'altra cambiale, nè come traente, nè come avallante, nè come giratario.
Le tratte, fino alla ricorrenza convenuta, delle sessantamila lire, sarebbero state rinnovate di tre in tre mesi, sempre che il credito del marchesino Stefano si mantenesse tale quale lo godeva presentemente.
Ma queste parole erano chiacchiere inutili. Stefanuccio non ci badava nemmeno. Egli pensava che con quel contratto, pagati tutti i suoi debiti (erano dalle trentacinque alle quarantamila lire) gli rimanevano ancora ventimila lire da spendere, ed era contento. Accettò senz'altro. In quel momento i tre mesi erano per lui un'eternità: avrebbe sottoscritto per qualsiasi somma, per qualsiasi cosa.
Due o tre giorni dopo tutto era stato convenuto e preparato, e verso sera, un poco prima che il marchesino uscisse per andare a pranzo, ci fu la firma delle cambiali. In piedi presso lo scrittoio, colla lente ficcata nell'occhio, colla sigaretta in bocca, col berretto sotto il braccio, e i gomiti appuntati, egli si sbrigò in fretta di quella noia, mentre il signor Bianchi lo guardava di sottecchi, rodendosi le unghie.
Ma anche quelle ventimila lire durarono pochino, pochino assai, nelle mani bucate dello sventatello. Già, bisogna notare, che ventimila proprio non erano mai state, perchè Pompeo Barbarò, che non voleva buttar via quattrini più del necessario, aveva imposto al Micotti di trattenersi il frutto dell'otto per cento, e di più una provvigione di mille lire. Rimaneva sempre un bel gruzzolo, a ogni modo, ma il marchesino non aveva mai avuto tanto danaro fra le mani; e quel danaro non gli era costato nessuna fatica, e lo sciupava malamente, stupidamente, passando da una bottega all'altra colla foga, colla smania di spendere; empiendosi la casa di roba inutile, pagata il doppio del valore; invitando sempre qualche amico a colazione, e a pranzo; coprendo di regali madamigella Nicoly, che fece passare dal quartierino di via Borgo nuovo, al piano nobile dell'Hôtel D'Angleterre; giocando a rotta di collo, comperando un tilbury, poi un cavallo da tiro, poi un altro cavallo da sella.... In capo a un mese la cassa era vuota, e gli rimaneva ancora da pagare il tilbury, mezzo cavallo e il conto dell'Hôtel D'Angleterre. Madamigella Nicoly era partita per la Russia.
La marchesa, informata in parte della vita allegra del figliuolo, gli aveva scritto una lunga lettera per supplicarlo di aver molto giudizio. Gli ricordava che del babbo non c'era più nulla, che la sua dote era ben poca cosa; lo ammoniva di non farsi troppe illusioni sullo zio Diego, e tutto ciò scriveva in un modo che toccava il cuore e strappava le lacrime. E Stefanuccio pianse davvero: ebbe un giorno di luna, un altro di disperazione.... Anche il tempo aveva la sua parte. Pioveva sempre, con un buio, un vento caldo, un'uggia insopportabile.... Poi in fine, un bel mattino, Superga riapparì sulla cima ridente illuminata dal sole, e anche Stefano di Collalto si rasserenò. Scrisse alla "sua buona mammina" che era stata male informata, e che si mettesse il cuore in pace. Mademoiselle Nicoly era partita per Pietroburgo, il tilbury lo aveva a prova da un amico, il cavallo era sempre quello, che serviva da sella e da tiro; il giuoco lo aborriva, i suoi compagni lo chiamavano il certosino, e lui non faceva altro che studiare, studiare, studiare, tanto che certe volte, gli doleva il petto. Finiva poi coll'inviarle "tanti baci" e col pregarla di ricordarlo con simpatia al carissimo Andrea. Scrivendo la lettera buona si sentì rimesso a nuovo, e allora, fischiettando un'arietta della Bell'Heléne, mandò pure un bigliettino al signor Bianchi:
"Carissimo,
La prego di farsi vedere quanto prima. Venga a cercarmi a casa mia; non al Caffè di Parigi, nè alla Scuola, e ciò per evitare pettegolezzi."