—Anche per settantacinque.

—Faccia, faccia tatto lei, come le pare, scriva subito, per il regalo, per i frutti. Mi dirà poi anche la provvigione che le devo. Mi metto nelle sue mani!...

—Ci sei da un pezzo, carognetta,—pensò il signor Bianchi, mentre s'inchinava profondamente.

Stefanuccio era soddisfatto, e anche il giorno dopo si sentiva allegro e leggero, senza quell'uggia addosso, che par foriera di cattive nuove. Eppure il signor Bianchi non ne aveva di buone da dargli. Il mutuante non poteva pagare altro che al giorno preciso della scadenza.

Saperlotte!... come si fa?

—Scriverò a Livorno: cercherò, pagando, di far pazientare altri quindici giorni.

—E crede, signor Serafino, che riusciremo?

—Perchè no?... in fine, non si domanda altro che quindici giorni.

—E c'è da guadagnare. Faccia lei, combini lei. Posso star tranquillo?... mi assicura che posso star tranquillo?

—Direi di sì.—E per non perder tempo il signor Bianchi scrisse la lettera lì su' due piedi, la fece leggere al marchesino, e la portò subito alla posta.