Intanto passavano i giorni, quello della scadenza era imminente, e non si era a capo di nulla. Anche da Livorno era venuta una risposta tale da mandare il signor Serafino su tutte le furie.
"Non si rinnova senza la firma del marchese Diego di Collalto. In questo caso siamo disposti a portare la somma fino alle ottantamila lire."
Il buonumore di Stefanuccio si era dileguato il signor Bianchi passeggiava sbuffando.
—Non è più possibile avere un soldo!... Bisogna lasciar protestare!
—Protestare?...—ripeteva Stefanuccio, sbigottito.
—Protestare!... È la rovina!... È il disonore!... Che colpo dovrà essere per la illustrissima signora marchesa!... Un colpo mortale!—E il marchese Diego?... Nelle disposizioni d'animo in cui si trova?!...—Così, invece di medicar la ferita al povero ragazzo, il signor Serafino l'inaspriva sempre più; e ogni poco barbottava fra i denti le parole del telegramma spietato:
"Non si rinnova senza la firma del marchese Diego di Collalto!..."
—Canaglia!... Canaglia!... Cana....—A un tratto il signor Serafino si fermò, colla bocca aperta, come sopraffatto da un'idea nuova, e fissando gli occhi in viso al marchesino gli si avvicinò lentamente.
—Ha trovato qualche cosa di buono, signor Bianchi?