—Nel caso mio non c'è questo accordo.
—Nel caso suo, signor marchese, non c'è nemmeno la firma falsa!
—Lei stesso, poco fa, mi diceva: noi alla nostra volta lo si piglia in trappola!
—È vero, ma che cosa arrischia quel cane?... Siamo sicuri di aver la somma del mutuo fra una quindicina di giorni. Il Genovese non ci ha lasciato una promessa scritta?... Ci pensi un poco, signor marchese, perchè anch'io sono una persona onorata, e ne' miei affari non c'è mai stato niente di men che onesto!... Ci pensi, e mi dica se io le ho mai fatto una proposta simile, quando non eravamo ben sicuri di avere i danari?... Oh, se i danari ci sono, se son nostri (carta canta!) dobbiamo far morire di crepacuore una buona signora... e perdere un'eredità di parecchi milioni, perchè siamo caduti fra le mani di una canaglia di livornese?... Ci pensi, marchesino.... Io sono un minchione e posso sbagliare, ma sono un uomo di cuore.... Ci pensi bene. Al punto in cui siamo non c'è altro scampo: o firmare o lasciar protestare.
Stefanuccio ebbe un fremito, ma si vinse subito, e continuò a lisciarsi la testa e ad accomodarsi i capelli colla mano.
—Dica tutto quello che vuole, signor Bianchi, non riuscirà mai a persuadermi.
—E allora... lasciamo protestare!...
Ma invece il protesto non ci fu. Il giorno dopo il signor Bianchi si trovò due volte col marchesino, e tante gliene disse che lo persuase. "Non c'era tempo da pensarci... L'ora della scadenza era sonata...." Il signor Bianchi gli mostrò ancora la dichiarazione del capitalista di Genova; gli evocò dinanzi lo spettacolo terribile della rovina; la collera dello zio, la disperazione della mamma, tutti i bei sogni di avvenire svaniti... e il ragazzo firmò.
—Un altro favore mi deve fare, caro marchese,—gli disse il signor Bianchi mentre ripiegava le cartoline.
Stefanuccio lo guardò smarrito....