—Mi deve permettere di regalare cinquecento lire a quella canaglia di Livorno, quando andrò a riprendere le cambiali.

—Oh sì, sì! questo sì! anche mille!—esclamò Stefanuccio con enfasi.—E mi assicura proprio... che non corro nessun rischio per quanto abbiamo fatto?...

—Si figuri!—esclamò il signor Serafino, e scappò via. Aveva fretta di mandare le cambiali a Livorno, perchè non c'era tempo da perdere.

Il ragazzo rimase un paio di giorni sopra pensiero. E se il tiro fosse stato scoperto?... E se a Livorno si vendicassero denunciandolo?... Se scrivessero al colonnello?... Ma poi, gli giunse il vaglia bancario colle migliaia di lire della differenza, e tornò a non pensar più ad altro che a spendere. Non c'era nulla da temere.

Le cambiali, e ne aveva una prova nei danari ricevuti, ormai dovevano essere state accettate senza sospetti, e se poi fosse anche successo un qualche ritardo per l'altro affare di Genova, il signor Serafino, che s'era portato via al solito le firme in bianco, aveva detto che, per ogni buon conto, voleva che la rinnovazione fosse per un mese.

Per un mese dunque poteva darsi pace. Ma invece, in capo a una settimana, egli ricevette un telegramma da sua madre che lo chiamava sul momento a Milano. Lì per lì ne rimase atterrito e subito pensò al signor Bianchi, ma dopo un poco, riflettendo che alla scadenza c'erano ancora più di venti giorni tornò a farsi cuore; domandò una breve licenza per esser più sicuro di ottenerla, e partì per Milano quanto più presto gli fu possibile.

Ma durante il lunghissimo tragitto, la campagna deserta e bigia sotto il cielo annuvolato, cogli alberi scoloriti, senza fremiti di vento nell'afa accidiosa, lo riempiva di tedio, e tentava invano di vincere la tristezza invadente con qualche allegro pensiero. Voleva persuadersi che il telegramma non annunziava nulla di grave, e lo leggeva ogni tratto attentamente, ansiosamente, studiando le parole a una a una. Il tono era laconico e imperativo... ma era lo stile dei dispacci....—Contò le parole: erano dodici soltanto....—Ci potevano stare anche i saluti!—E poi, perchè aveva firmato tua madre?—Di solito firmava sempre la mamma!...

Si provò a dormire, ma non poteva. Non poteva nemmeno fumare. Il sigaro gli si spegneva ogni poco fra le labbra. Era solo nel carrozzone vuoto e ciò gli cresceva la malinconia. Il treno faceva fermate lunghissime; il cielo diventava sempre più scuro, e finalmente cominciò a piovere: una pioggerella fitta che crepitava sui vetri e penetrava nelle ossa. Stefano, rannicchiato in un cantuccio del cupé, cogli occhi fissi ai cristalli appannati dalle spesse gocciole stillanti, aveva sbadigli di noia e tremiti di freddo. Il fischio lungo della locomotiva gli irritava i nervi, e in mezzo a quella tristezza plumbea senza confini la cornetta del cantoniere risonava lugubremente come voce di sotterra. Le piccole stazioni cogli smorti fanali rilucenti sulle pozze fangose, erano spopolate. Soltanto i conduttori, come ombre nere incappucciate, correvano sbattendo gli sportelli, gridando, leticando, diguazzando sotto la pioggia. Nessuno scendeva, nessuno montava: la vaporiera soffiava immobile.—Pronti!—gridava il conduttore.—Pronti!—rispondeva da lontano un'altra voce più fioca. Sibilava il fischio acutissimo: sonava rauca la cornetta: ma la vaporiera soffiava immobile.

—Auf!... Che treno infame!...—Stefano borbottava, batteva i piedi.... finalmente le ruote stridevano, le catene cigolavano, si urtavano i carrozzoni con fracasso, il treno si moveva, e il marchesino tornava a rannicchiarsi con un sospiro di sollievo. Una volta gli cadde lo sguardo sul numero del cupé; era il 113, e quel tredici gli fe' provare un senso di cattivo augurio,—ma che!... era proprio inutile inquietarsi per le cambiali!—Certo, lo chiamavano a Milano per qualche novità circa al matrimonio. Forse quell'egoista dello zio Diego, tormentava la mamma....—Povera mamma, tanto buona!

Il ragazzo avrebbe voluto che si trattasse proprio della mamma, e sentiva che l'avrebbe difesa con tutto il cuore.—Povera mamma!... Tanto buona!