Il marchese Diego, sempre galante, le baciò la mano facendole un madrigale; salutò il maggiore, sorridendogli colla benevolenza di uno zio soddisfatto e chiamandolo—il più fortunato dei mortali.—Poi pregò la nipote, la bella nipotina, di concedergli cinque minuti di colloquio.—Pur troppo,—disse infine rivolgendosi al Martinengo nell'allontanarsi, dopo aver offerto il braccio alla nipote—non sono più in istato di rendervi geloso—e ripetè con più enfasi di prima—mortale fortunato!

Angelica conosceva bene lo zio, e però non si era lasciata ingannare da tutte quelle dimostrazioni di affetto e di galanteria. Anzi, era sempre più inquieta, aspettava con ansia che il marchese le spiegasse il movente della sua visita. Appena furono nel salotto, Diego di Collalto offrì alla marchesa una scatola di dolci, che il servitore aveva tolta dalla carrozza col plaid; chiuse bene le porte, e poi con una brutalità, che appariva più fredda e spietata, per le forme ostentatamente cortesi, le disse che quel bel mobile del suo figliuolo era un Mirabeau, salvo l'eloquenza, che aveva falsificata la sua firma per ottantamila lire; e che lei, la cara nipotina, inebriata dalle dolcezze dell'amore, lo avea lasciato troppo libero, lo aveva troppo abbandonato a sè stesso, e dichiarava esplicitamente che lui non poteva far nulla per allontanare la catastrofe.

Angelica era rimasta come fulminata; tuttavia non aveva ancora compreso.

—Ha falsificato la tua firma?... come? in che modo?...

—Sì, cara, per ottantamila lire!—- E il marchese le riferì e le spiegò, in poche parole, tutto quanto sapeva.

—Non è possibile. È una menzogna, una calunnia!...

—Le cambiali, gioia mia, le ho viste io stesso, co' miei propri occhi.

—E Stefano ha firmato col tuo nome?

—Diego di Collalto.

—Sei sicuro, proprio sicuro, che sia il suo carattere?