—Per bacco, se c'entra!—esclamò il marchese,—è lui che ha in mano le cambiali!
Angelica si sentì oscurare la vista, e mal suo grado le sfuggì un nome dalle labbra che pareva una preghiera, pareva un lamento,—Andrea....
—Andrea, aspetterà. Ritornerai domani, dopo domani; c'è tempo.—Al punto in cui sia... in cui siete, gli affari prima di tutto!
—Che io lo debba sempre incontrare quell'uomo, sempre sempre!—e Angelica, in mezzo alla sua grande angoscia, ebbe un fremito di terrore.
—Anche il deputato arde della nostra fiamma istessa: ho scoperto stamattina che è un tuo spasimante.
—Abbi pietà dello stato in cui mi trovo, zio,—esclamò la marchesa vivamente,—risparmiami almeno ora questi tuoi scherzi.
—No, no, nipotina cara, non andare in collera perchè è la verità. Il Barbabò mi ha trattenuto a farmi i tuoi elogi per due ore di seguito: e come prendeva fuoco! Non è bello, bisogna convenirne, ma si può proprio dire un uomo d'oro, come lo chiama Donna Ippolita Bellotti, che ho veduto l'altra sera al Cova, e che mi ha detto di salutarti. Sicuro, prendeva fuoco, e mi pare l'avesse a morte col maggiore. Tutta gelosia: bisogna compatirlo.
—Allora, quando si parte?—domandò Angelica risolutamente, per dar termine al discorso. Le pareva che lo zio avesse sulle labbia il sorriso di quell'uomo odioso che le si imponeva come una fatalità, che come un serpe la stringeva nelle sue spire invisibili: un triste sorriso di scherno e di trionfo onde la poveretta sentiva ribrezzo e paura.
Angelica si vestì in fretta, dopo aver messo a parte di tutto, con due parole, il Martinengo; dopo essersi fatta giurare che non si sarebbe mosso da Nuvolenta, finchè lei non fosse ritornata, e che le avrebbe sempre scritto, cominciando da quella sera medesima, tutto ciò ch'egli avrebbe fatto in tutto il tempo che sarebbe rimasto senza di lei. E mettendolo a parte di quel suo gran dolore, e facendogli tutte quelle raccomandazioni, non gli dava più del lei, ma del tu, sempre del tu, continuamente del tu, come per attestare maggiormente che essa era sua, che gli apparteneva, che quel loro legame ormai doveva essere indissolubile. Era la tenerezza, era l'amore che traboccavano dal suo stesso dolore, e che la disperazione rendeva più vivo e più forte.
Andrea Martinengo la confortò. Le disse, e lui stesso ne era convinto, che lo zio avrebbe finito col pagare: era avaro e strillava..., ma strillava appunto perchè capiva che non c'era altro scampo.