—Zio, te ne prego!—supplicò Angelica con un filo di voce.

—Anche gli strozzini hanno un cuore per le belle donne, e non è rimasto insensibile ai tuoi vezzi. D'altra parte, se quel parvenu facesse qualche cosa per te e tuo figlio, non sarebbe altro che un'espiazione. Perchè non potrebbe mettere un'ipoteca sui tuoi fondi, o su quel poco che vi rimane?

Angelica sospirò: fuori della piccola dote, non le rimaneva più nulla.

—Il commendatore è benissimo intenzionato: potrebbe prestartele lui le ottantamila lire, ed io, al caso, aggiungerei una buona parola. Guarda che orizzonte magnifico... e che valletta amena. Ricorda i versi dell'Ariosto:

Giace in Arabia una valletta amena
Lontana da cittadi e da villaggi
Che all'ombra di....

—Hai fame?... Dovrai pranzar tardi stasera. Se credi potremo fermarci dal Cova a prendere una tartina: le fanno eccellenti. Bisogna inghiottire amaro e sputar dolce col commendatore. Tutte le vostre speranze devono essere in lui.—Ottantamila lire?... Una bagattella!...—Io non le ho, non le ho, e non ho!... La crisi agraria mi ha rovinato!... Quel tuo figlio non ha cuore, non ha testa, non ha onore: è uno scellerato!...

Arrivati a Milano, lo zio fece scendere la nipote all'hôtel de la Ville, dove in prevenzione aveva mandato il suo cameriere a fissarle un quartierino.

Angelica aveva già telegrafato a Stefano da Gallarate, e Diego di Collalto scrisse subito un bigliettino al commendator Barbarò di Panigale, avvertendolo che la marchesa Angelica era giunta a Milano e che, com'erano rimasti intesi, desiderava vederlo.


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