IX.

Pompeo Barbarò si fece condurre all'hôtel de la Ville nel suo brum di parata, collo stemma nuovo sugli sportelli: due teste di moro, in campo rosso. Si era abbigliato con più cura; nella cravatta aveva appuntato uno spillone di gran valore, frutto d'uno dei migliori affari combinati dalla florida signora Veronica; nell'indice aveva infilato un anello con un brillante grossissimo, che aveva appartenuto ai gioielli di una gran casa di Milano andata in rovina. Ma per l'occasione, oltre al lusso aveva pensato di farsi bello. I capelli erano più neri del solito, ed anche i baffettini che, corti e radi, mal nascondevano sulla pelle le chiazze della tintura.

Pure, ad onta di tanti vantaggi, al suo proprio presentarsi alla marchesa di Collalto si sentiva molto impacciato, e non riuscì a scusare il proprio turbamento, se non dichiarandosi afflitto è ancora sbalordito per l'accaduto. Balbettava, gli tremavan le mani, non osava guardare in faccia nessuno... ma fu la commozione d'un momento. Dopo le prime parole riprese la franchezza e la parlantina petulante e imperativa.

Il marchese Diego, a un cenno di Angelica, fece portare il caffè e non aprì bocca finchè il cameriere venuto col vassoio non se ne fu andato. Allora, dopo aver offerto la tazza all'Angelica e a Pompeo, e mentre col cucchiaino scioglieva lo zucchero nella sua, proruppe a un tratto nelle maggiori invettive contro Stefano.

Pompeo Barbarò crollando il capo, e sospirando, cercava di calmare il vecchio energumeno, mentre Angelica, tremante, si sforzava per trattener le lacrime. Per un senso delicato di pudibonda alterezza non voleva piangere dinanzi al Barbarò; ma poi, quando questi cominciò a prender le difese di Stefano, spiegando al marchese come il ragazzo dovea essere stato raggirato da certa gente che viveva di bricconate commesse a danno della inesperienza dei figli di famiglia, la povera madre non potè frenarsi, e si nascose gli occhi col fazzoletto singhiozzando. Allora Pompeo osò guardarla; era sempre lei, nobilmente dignitosa anche fra i singulti; più bella e soave nel dolore!...

La lunga pratica e la compagnia delle persone ammodo, se non aveva potuto dirozzare l'animo e ingentilire i modi dell'antico portinaio di casa Alamanni, lo avevano dotato per altro di una certa disinvoltura. Egli si avvicinò premurosamente alla marchesa, le strinse la mano, e si protestò volonteroso di servirla, dichiarando che, se in altri tempi e in altre circostanze, le apparenze erano state contro di lui, adesso non avrebbe mai voluto lasciarsi sfuggire nessuna occasione di mostrarle tutto il suo animo devoto.—Ciò detto, fece una pausa... sospirò (quel giorno pareva una macchina a sospiri il commendator Pompeo), poi rianimandosi, dichiarò risolutamente che il marchese Diego doveva pagare, pagare a ogni costo, e impedire la rovina del suo giovane nipote, e il disonore del suo nome, che era un patrimonio della storia.

—Un nome onorato, un nome illustre è un gran capitale, e non c'è oro che lo paghi!—esclamò Pompeo, toccandosi la spilla di brillanti, per sentire se era al posto.—È un tesoro che non ci appartiene, che noi dobbiamo lasciare in eredità ai nostri... discendenti....

Il marchese Diego, seccato anche da quella boria, rispose con un'alzata di spalle.

—I danari occorrono per domani alle due, ed io non li ho, e non posso far miracoli.

Pompeo di Panigale s'inchinò facendo il solito ghignetto che gl'increspava le labbra.