Intanto la carrozza era giunta sui Bastioni di Porta Venezia.
Nell'ora tarda del pomeriggio, il gran faccione del sole, di color rancio e affocato, calava lento, come in un bagno immobile di nubi nerastre; e la dritta e larga via dei Bastioni, si affondava fra la caligine dei vapori del tramonto e pareva metter capo a quell'orizzonte di piombo, a quella lastra di fuoco. Nel mezzo, un trapestìo confuso, ma quieto, uno sfarzo di colori sbiaditi nel chiaror pallido del cielo crepuscolare; uno sfoggio di lusso e di ricchezza monotono, e un via vai di gente compassata e affaccendata ai saluti, fra mezzo alle file delle carrozze, e sotto i grossi alberi frondosi e cupi, senz'alito di vento.
Il marchese Diego, sempre sorridente, faceva scappellate alle signore, e salutava colla mano i giovanotti, ripetendo alla nipote il nome di ognuno e i gustosi pettegolezzi del giorno.
—Non si vede il nostro caro deputato!—disse infine quando la carrozza ritornava d'aver fatto il primo giro.
—Chi?...
—Il deputato Panigali; ha cavalli magnifici. Mi dicevano oggi al club che la scuderia di Panigali è fra le migliori che si conoscano. Sai,—continuò poi il marchese mentre si sbracciava per salutare la contessa di Corleoni, ch'era col suo equipaggio nella fila delle carrozze ferme in mezzo al Bastione,—sai, il Panigali è proprio innamorato di te, e alla follìa; me lo ha confessato ier sera.
—Zio!...—esclamò Angelica infastidita.
—Una tua parola sola... e si mette a' tuoi piedi.
—Te ne prego, zio; è uno scherzo che mi fa male.
—Scherzo?... Tutt'altro che scherzo! Il commendatore mi ha proprio dichiarato formalmente... che sarebbe pronto e felicissimo di sposarti e... fa conto che io ti parli in suo nome.