—Oh!... Oh!... e sei tu?...—proruppe infine con voce sorda,—e sei tu che mi proponi un mercato così vile?!...
—Io?... quale mercato?... paroloni e sempre paroloni!—Il marchese stizzito, si rizzò sui guanciali.—Se è così che fraintendi le cose, non parlo più! Fa come vuoi; per me, me ne lavo le mani. Pensa per altro che tuo figlio non è sopra un letto di rose. Io, in faccia al mondo e alla mia coscienza, non avevo altro che l'obbligo di consigliarti bene e l'ho fatto; a te tocca di scegliere fra Stefano e il Martinengo; sei donna, sei madre, e non hai più vent'anni, quantunque li dimostri appena. Se vuoi sacrificare Stefano al bel maggiore, padrona mia! io ti dico che hai torto, e che non mostri cuore: il cuore prima di tutto!
Angelica, dopo aver pianto, dopo essersi disperata e sdegnata, ora rimaneva come accasciata sotto il peso di quella gran calma, da cui spesso trapelava l'ironia, ma che si manteneva impassibile. La voce tremola dello zio Diego aveva uno stridore sempre uguale, freddo e acuto; non si scaldava, non vibrava mai. La poveretta finiva collo smarrire la coscienza di sè, ed anche del suo stesso dolore, in un grande abbattimento; non trovava più le parole, e aveva quasi perduta la voce; pure continuava a piangere, e non ristava dal pregare, dal supplicare, ma ormai senza lena, senza speranza, come il naufrago che pur sentendosi l'acqua alla gola, si dibatte istintivamente negli ultimi sforzi.
Da ultimo lo zio Diego la lasciava dire senza neanche risponderle; e la poveretta se ne andò, non com'era venuta, ma a capo chino, colle ginocchia tremanti, balbettando confusa, anche dinanzi agli umili saluti del servitore, che l'aspettava fuori, per aprirle l'uscio dell'anticamera.
Il marchese Diego, appena fu solo, trasse un gran sospiro mormorando:
—Anche questa è passata.
Poi suonò perchè gli portassero la cioccolata, e l'aspettò allungandosi sotto le coperte, e disponendosi a fare un altro pisolino.