—Mi ama,—pensava,—non ama altri che me; e non avrà il coraggio di cedere.
Sul loro capo i pini odorosi fremevano ai soffi caldi del pomeriggio. Il sole declinava lento dal cielo puro, chiarissimo, dietro le cime nere dei monti lontani, e il verde scialbo della brughiera scoloriva tristamente in quell'ultima ora del tramonto: la campagna si distendeva muta, deserta, infocata. Solo le rondini a stormi passavano e ripassavano come frecce nell'aria ardentissima, e stridevano.
Andrea sentiva sul proprio petto il petto palpitante di Angelica: ne sentiva l'urto dei singulti e il fiato caldo, odoroso.
—No,—continuava a pensare,—mi vuol troppo bene! non mi potrà lasciare!—e la baciò con tenerezza, commosso, la baciò fra i riccioli biondi, e le rose del cappellino.
—Lasciami morire... qui...—balbettò appena la poveretta.
Morire?... Desiderare di morire?... Dunque anche fra le sue braccia, e mentre lui la baciava, pensava sempre a suo figlio e aveva in animo di cedere?... Andrea, di subito, ritornò freddo, tornò spietato, e allontanò Angelica da sè. Essa lo guardò cogli occhi ora fatti mestissimi, chinò il capo, sospirò un'altra volta, ma non disse più nulla.
—Muoviamoci, signora Marchesa, e andiamo verso casa. Chi sa che cosa dirà la sua gente, se non la vede tornare.
—Andiamo.
Angelica, sempre a capo chino, prese il sentiero che metteva al paese. I suoi piedini battevano risonanti sull'erba arsiccia del terreno secco.
Andrea le tenne dietro torvo in viso, spezzando col bastone i ramicelli dei pini e i fiorellini gialli dei campi.