Ci aveva pensato tanto ormai, che Angelica disse queste parole senza nemmen più trasalire.

—Sei sempre stata debole con quel ragazzo: lo hai sempre guastato.

—È vero: non sono stata severa con lui, come avrei dovuto. Ma perchè? perchè avevo te nel cuore, e il rimorso mi faceva essere indulgente. Ah, si sconta tutto a questo mondo... troppo!... troppo!

—E io?—domandò Andrea improvvisamente, fissandola pallido, risoluto.

Angelica, diafana, sfatta dal dolore e dalle emozioni di quei giorni terribili, colle guance ancor molli e soffuse di pianto, come una rosa oppressa da uno scroscio d'acquazzone, lo guardò atterrita, e rispondendo con un brivido a quella domanda, si strinse addosso, sul petto, lo scialle grigio. Le braccia rotonde, che uscivano dalle maniche cortissime, spiccarono sulla lana scura nella lor candida nudità.

—Parlerò io a... al Barbarò,—balbettò Andrea, ancora più pallido.

—È inutile.

—Come?... non ti sposa per il tuo nome... per la tua condizione... per nobilitarsi?... E allora?

Angelica era preparata a quella domanda; riuscì a frenarsi, e crollò il capo. Perchè doveva dire... ciò che aveva sempre taciuto?... In quelle lunghe ore di riflessione e di strazio, essa aveva pur dovuto convincersi che non poteva sottrarsi al suo destino. Perchè doveva dunque accrescere inutilmente la gelosia e la disperazione di Andrea?... e poi, sapendo tutto, egli non avrebbe conservato di lei una memoria meno pura?... meno alta?