In fatti il suo volto aveva un'espressione strana; le labbra erano stirate e tremanti, le narici dilatate, gli occhi scintillanti. Certe volte scrollava il capo con un'alzata di spalle, come per ribellarsi contro tutto il suo passato, contro tutti i suoi pregiudizi di fede, di virtù: sentiva un impeto di sdegno per tutto ciò che fino allora le era stato sacro; un disamore insofferente per tutto ciò che le era stato caro, aveva un bisogno veemente di negare tutto ciò in cui fino allora aveva creduto.

La lampada, coperta da una spessa ventola rossa, illuminava appena un cantuccio del salotto, dove sotto alla finestra grande, chiusa da una giardiniera di palme e di sempreverdi, si stendeva un divano basso, all'orientale, coperto da un gran tappeto e da cuscini ammonticchiati. Angelica vi cadde a sedere, poi stese la mano ad Andrea per chiamarlo vicino.

Andrea fece un passo appena, lentamente, e le si fermò ritto dinanzi. Angelica gli teneva sempre stesa la mano, e lo guardava, ma egli non la toccò.

—Che cosa farai?...

Andrea non rispose.

—Che cosa farai? Voglio saperlo!...—e così dicendo, mentre lo scialle le scivolava dalle spalle, essa prese il braccio di Andrea, poi una mano che strinse fra le sue che bruciavano, e lo tirò a sè così fortemente da farselo cader vicino a sedere, sul sofà.

—Che cosa farai?

—Andrò... dalla contessa Florio!—rispose a capo basso, accigliato, con voce roca.

—Non voglio: devi rimaner solo, capisci? devi rimaner solo, a soffrire come me.—Che cosa farai?

Quei modi, quel fare così strano, fecero più impressione al Martinengo di tutte le lacrime, di tutti i lamenti.