—È troppo! è troppo! non hai cuore, non hai compassione... no, no, no, non hai compassione... mi fai morire.... Andrea, oh Andrea! mi fai morire.

—E tu, per due volte, mi hai straziato l'anima! mi hai assassinato!

Angelica rispose con un grido di angoscia, con un altro scoppio di singhiozzi, e continuò a storcersi disperatamente. I capelli le si eran del tutto snodati, essa si era stracciato l'abito sul petto per poter respirare, ma tutto il disordine di quello spasimo, di quelle convulsioni, invece di pietà, destarono nel cuore di Andrea, una gelosia più feroce.

—Per due volte!...

—Andrea!... oh Andrea!... sii giusto... sii generoso!

—So, so che cosa mi puoi rispondere!... tutte due le volte sei stata vittima; una vittima sublime di virtù, e di eroismo!... Ieri tuo padre... oggi tuo figlio,—e io?... e mia?... mai! Molta virtù!... grande eroismo! troppo!... troppo dell'uno e dell'altra!... non sei morta allora... non morrai adesso!

—Morrò!... morrò!... oh se morrò!...

—Per tuo padre non ero abbastanza nobile.... per tuo figlio... non sono abbastanza ricco... è il caso, il destino, Dio o il Diavolo che mi porti! noi due, si vede, non dobbiamo, non possiamo essere uniti... e pretenderesti che io conservassi la tua memoria nel mio cuore, in eterno, per esser disperato in eterno?... coll'unica consolazione di doverti ammirare? Ah no, ti ammiro, ma voglio dimenticarti!... a forza di ammirarti spero bene che riuscirò a non amarti più!...

Angelica si rizzò a sedere: lo fissò, e gli stese le braccia agitandole con moto convulso: i capelli le cadevano sulle spalle e sulla faccia, li cacciò indietro con una scossa; l'abito di percallo bianco, schiuso sul petto, si apriva per il suo respiro rapido e anelante; tutta la sua persona era presa da fremiti, da sussulti improvvisi. Guardò Andrea negli occhi, co' suoi grandi occhi fissi, battendo forte le palpebre: una tinta sanguigna le infocava le guance più scarne per la contrazione nervosa. E, dopo esser rimasta muta ed immobile a guardarlo così per alcuni secondi, proruppe a un tratto in un riso acuto, stridente, spasmodico, e cadde dal divano dov'era seduta, battendo colla fronte un colpo secco sul tappeto.

Andrea, spaurito, fu pronto a sollevarla, e mentre lei si dibatteva la chiamava per nome teneramente: "Angelica! Angelica mia! Angelica buona!" e così, confortandola l'adagiò pian piano sul sofà; poi fece per sciogliersi da lei, per rialzarsi, ma Angelica all'improvviso, con un nuovo impeto, con un nuovo spasimo nervoso, gli si avvinghiò al collo, tenendolo stretto e quasi soffocandolo tra il freddo delle braccia irrigidite e il bruciore del viso, mentre piangeva, rideva, gemeva, perduta ogni padronanza di sè.